Ralph Spaccatutto
Giu23

Ralph Spaccatutto

Ralph spaccatutto è un titolo che riesce a compiere una magia: parlare di videogiochi senza far sentire in imbarazzo i videogiocatori presenti in sala. E la pellicola non si limita a parlare di videogiochi, è completamente incentrata su di essi. Videogiochi sono i protagonisti e nei videogiochi si svolge il tutto, più precisamente negli arcade di una sala giochi dove “Felix Aggiustatutto Felix”, “Hero’s Duty” e “Sugar Rush” risiedono fianco a fianco di titoli reali come Street Fighter, Pacman e l’ormai dimenticato Tapper, per non parlare dei numerosissimi personaggi reali che fanno la loro comparsa, a volte solo tra la folla. Il film è letteralmente pieno di citazioni di videogiochi famosi (non vi alzate durante i titoli di coda!) realizzate con gusto e perfettamente inserite nelle scene, con omaggi piccoli o grandi a quasi tutti i titoli “leggendari”.

Hulk Ralph spacca tutto!

Ma sarebbe un enorme errore pensare che Ralph Spaccatutto sia fossilizzato sul citazionismo e sulle scenette scollegate, la storia di Ralph e dei suoi “colleghi” si regge sulle proprie gambe in tutta tranquillità. Il nostro Ralph Spaccatutto è il “cattivo” di uno storico gioco arcade, ma questo lo ha portato ad essere isolato dal resto dei suoi “colleghi”. Ralph soffre molto per questa condizione e quando le cose peggiorano (non viene invitato alla festa per i 30 anni del gioco), decide di voler ottenere anche lui la medaglia, l’oggetto che viene dato al giocatore, e quindi al personaggio da lui controllato, quando completa un gioco. Per farlo deve però lasciare il proprio cabinato ed intrufolarsi in un altro, finendo in un violento sparatutto dove il nostro non potrà che trovarsi completamente spaesato. Riuscirà comunque ad ottenere la medaglia, ma al costo di dover fuggire dal gioco in una navetta fuori controllo portando con sé un mostro, e finendo per schiantarsi in Sugar Rush, un gioco di corse di kart dove incontrerà la adorabile ma pestifera Vanellope von Schweetz. La ragazzina è una piccola peste che ruberà la medaglia di Ralph per usarla come pagamento per potersi iscrivere alla corsa dei kart, e avere così l’occasione di essere scelta dai giocatori. Il problema però è che Vanellope è un glitch, un errore di programmazione che non sarebbe dovuto esistere e che viene ostracizzata dagli altri corridori. Ralph, che prima cercava la ragazzina per riprendersi la medaglia, si convince ad aiutarla ad ottenere il suo sogno. Ma se le cose fossero così semplici il film non sarebbe così bello, e allora le cose si complicano con i segreti del mondo di Sugar Rush e il mostro importato da Hero’s Duty, la storia semi-parallela della ricerca di Ralph da parte di Felix e il processo di autoaccettazione di Ralph. Il cardine della trama del film è proprio l’autoaccettazione e l’integrazione nella società, e anche se il tutto non è trattato in modo particolarmente brillante c’è da dire che gli autori hanno fatto l’ottima scelta di evitare il problema cardine di questo tipo di storie, ovvero l’accettazione che passa attraverso la modifica del proprio io. Dei cambiamenti devono essere fatti per migliorarsi, questo è normale, ma spesso in questo tipo di storie c’è lo spiacevole effetto collaterale di vedere personaggi che riescono ad entrare nel gruppo solo dopo aver apportato modifiche importanti al proprio io: il nerd che conquista la ragazza solo quando abbandona le sue abitudini, la ragazza un po’ “hippie” e sbadata che viene accettata solo dopo aver cambiato il suo look e modo di far, sono tutte storie mosse da un buon fine, ma che lasciano l’amaro in bocca. Gli sceneggiatori sono invece riusciti ad evitare tutto questo, i personaggi devono sì cambiare un poco per essere accettati, ma rimangono sostanzialmente loro stessi, è il loro modo nel porsi verso gli altri a cambiare, non quello che sono e le loro abitudini. Un messaggio importante che vorremmo vedere più spesso, soprattutto in film che hanno un target giovanile.

Non un capolavoro, ma ci si avvicina

Quello che viene proiettato sullo schermo è una gioia per gli occhi, le ambientazioni sono sempre fantasiose e ottimamente realizzate, a volte coloratissime e a volte cupe ma sempre molto belle da vedere, così come nulla può essere detto contro le animazioni dei personaggi, fluidissime e credibili. Il 3D non è fondamentale, ma è ben realizzato e se desideraste vederlo con la terza dimensione non ne rimarreste delusi. Gli animatori Disney non hanno nulla da invidiare a quelli della concorrente in casa Pixar (anche perché il titolo è prodotto da John Lasseter), dal punto di vista tecnico o visivo non c’è nulla da criticare al film. Anche le musiche sono ottime, grazie alla collaborazione di diversi artisti che hanno dato un tono particolare e proprio ad ogni “gioco”. Ammettiamo che la presenza di Skrillex tra le collaborazioni un po’ ci preoccupava, ma dobbiamo ammettere che ha fatto un buon lavoro nel pezzo da lui curato. Quello in cui però il team Disney è ancora inferiore alla Pixar è la sceneggiatura, che seppur molto buona presenta delle pecche su cui ci si deve soffermare. Il primo problema è che la struttura alla base è sostanzialmente vecchia. Risulta facile notare la divisione in parti del film e immaginare a grandi linee cosa avverrà dopo, anche se c’è un colpo di scena che ammettiamo ci ha colto di sorpresa. Questo non vuol dire che il film sia prevedibile, non lo è, ma il tutto sembra troppo ancorato ad uno schema rigido e predefinito. Ci sono alcune cose che odorano di scelta forzata per rispettare un copione collaudato invece di provare qualcosa di diverso. Sostanzialmente è questo che gli uomini Disney hanno ancora da imparare dai loro colleghi-rivali della Pixar: l’essere in grado di scardinare le convenzioni inutili e di creare qualcosa di nuovo.

Questo è un film che è pieno di ottimi personaggi come la pestifera e adorabilissima Vanellope, pieno di belle gag e di citazioni che faranno impazzire i videogiocatori, e ha una trama solida intrisa di una fantasia notevole. In Sugar Rush ci sono addirittura delle idee molto buone per un vero e proprio gioco di corse, per rendere ancora più felici chi è cresciuto a pane e Mario Kart. Ralph Spaccatutto è stato paragonato a Toy Story (il film, in pieno stile Pixar, è anche preceduto da un corto molto carino, “Paper man”), e a ragione, ma non è Toy Story. Un bel film realizzato con maestria e molto divertente, specialmente per i videogiocatori, ma non un capolavoro.

Tuttavia è probabilmente il miglior film sui videogiochi che sia mai stato fatto, ed è in grado di offrire 95 minuti di divertimento e buone idee. Se per Natale state cercando un film per la famiglia, o semplicemente un buon film di animazione, Ralph Spaccatutto fa decisamente per voi.

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Frankenweenie
Mag08

Frankenweenie

È il cagnolino “resuscitato” Sparky, il nuovo protagonista del poster italiano di Frankenweenie, il lungometraggio in stop-motion diretto dal visionario Tim Burton e ispirato al suo omonimo corto del 1984.

Il cast vocale scelto è composto da attori cari al regista con i quali ha già lavorato in passato, ovvero: Winona Ryder, il premio Oscar Martin Landau, Martin Short e Catherine O’Hara, già apparsi, rispettivamente, in Mars Attacks! e Beetlejuice – Spiritello porcello. Quest’ultimi danno voce a cinque personaggi a testa.

La storia ruota attorno a Victor, che dopo aver inaspettatamente perso il suo adorato cane Sparky, sfrutta il potere della scienza per riportare in vita il suo amico, con qualche lieve variazione. Prova a nascondere la sua creazione cucita-in-casa; ma quando Sparky esce, i compagni di scuola di Victor, gli insegnanti e l’intera città scoprono che tenere al guinzaglio una nuova vita può essere mostruoso.

Scritto da John August, il film arriverà nei nostri cinema il 17 gennaio 2013.

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Le 5 Leggende
Apr04

Le 5 Leggende

Negli USA c’è una vasta mitologia, dal sapore piuttosto pagano, di personaggi che impersonano festività o eventi: oltre all’universale Babbo Natale c’è il coniglio pasquale, la fata dei dentini, Sandman che dispensa i sogni e Jack Frost, personificazione del gelo invernale, per limitarci a quelli che fanno la loro comparsa nel film. E quattro di queste impersonificazioni nel film sono elevate al rango di guardiani dell’infanzia, figure in qualche modo “superiori” agli altri che si occupano di gestire eventi importantissimi per un bambino come le feste con i doni, la caduta dei dentini e i sogni.

Da grandi poteri derivano frasi abusate

Ma non tutte le personificazioni sono così fortunate e alcune, come Jack Frost, vagano per il mondo utilizzando il loro potere senza essere mai riconosciuti, senza nessuno che creda veramente alla loro esistenza. Se questa situazione genera solo sofferenza in Jack, nel malvagio Pitch Black, impersonificazione della paura, questo si è trasformato in una voglia di vendetta contro il mondo e contro quei guardiani che hanno interrotto il suo regno di terrore. Pitch, con la voce di un Jude Law in ottima forma, decide così di metterli fuori gioco impendendogli di svolgere i propri compiti in modo da convincere i bambini di tutto il mondo che siano solo favole. La contropartita del ruolo di guardiano è infatti l’avere i propri poteri, e la propria essenza, direttamente legati al numero di bambini che credono nella propria esistenza. Per contrastare i piani di Pitch ai guardiani verrà aggiunto, dal misterioso “uomo nella luna”, un nuovo, ribelle, elemento: Jack Frost.

Se la storia vi sembra molto classica, è perché lo è. Volendo riassumere, il tutto non è altro che la storia dell’underdog isolato da tutti che viene chiamato dal destino a salvare il mondo e scoprire di avere del buono in sè, finendo per essere accettato e vivere per sempre felice e contento. Il film non fa nessuno sforzo per cambiare questa formula, perchè il suo target di riferimento è chiaramente quello dei bambini, e in particolare i bambini americani. Non prova nemmeno a rivolgersi ad un pubblico diverso, le 5 Leggende è un film di natale per bambini americani, e quello dovete aspettarvi se decidete di andare a vederlo. Possiamo capire come un tale pubblico possa divertirsi a vedere rappresentati in un modo originale personaggi che conosce bene, ma per il resto delle persone questo effetto è completamente perso, con l’eccezione di Babbo Natale.

A questo si aggiunge la fiacchezza delle gag messe in scena, che molto difficilmente strappano una risata (le gag migliori le fa uno yeti, una comparsa), per andare a formare un trittico poco invitante di storia per bambini, una mitologia “lost in translation”, e gag che al massimo fanno sorridere.

Ma allora le 5 Leggende è un film brutto? No, non lo è.

Si salva, in un certo senso

La notevole componente tecnica ci offre un mondo vibrante di colori e di fantasia, la direzione artistica porta una notevole dose di innovazione nei personaggi e nelle loro “basi” e la storia nella sua estrema semplicità tutto sommato tiene fino alla fine. È un piacere osservare una CG così colorata e con animazioni fluide, in grado di mostrare panorami dettagliati e di impatto, ed è un piacere seguire una telecamera mossa da un regista capace che offre ottime inquadrature e tagli sulla scena, con scorci ampi che si preoccupano di non incanalare lo sguardo in un solo punto. Gli attori chiamati a prestare la voce nella versione originale hanno svolto un ottimo lavoro, in particolare Jude Law che è riuscito a salvare un personaggio altrimenti abbastanza anonimo come Pitch donandogli carattere. Non sappiamo cosa accadrà in fase di doppiaggio italiano, ma ci auguriamo che la caratterizzazione data ai personaggi non vada persa.
Piuttosto irrilevante l’uso del 3D, che non viene utilizzato a dovere dopo la scena iniziale con la neve finendo così per essere ignorabile.

La Dreamworks ha ormai, fortunatamente, abbandonato lo stile dei suoi primi film e si è votata ad una concezione dei film di animazione che non comprende più gag di dubbio gusto e riferimenti pop, e questo film non fa eccezione. Alla fine di tutto si ha l’impressione di aver visto un film godibile, ma che perde moltissimo del proprio fascino se si ha più di 12 anni, a differenza di una certa tendenza dell’animazione nel creare film che siano apprezzabili a pieno a qualsiasi età. Il fratellino o il figlioletto probabilmente si divertiranno, ma il loro accompagnatore avrà qualche problema ad interessarsi alla pellicola per motivi differenti dalla resa visiva dei bei campi lunghi sulle valli ghiacciate del polo nord. Un peccato sprecare l’ottima regia di Peter Ramsey per un film che si è auto imposto due limiti, quello del mercato USA e quello dei bambini più piccoli.

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Alice in Wonderland
Mar17

Alice in Wonderland

Tutti i migliori sono matti

Dopo i grandi successi di “Edward mani di forbice”,  “Nightmare before Christmas” , “La Fabbrica del cioccolato” e “Sweeney Todd”,  Tim Burton ritorna nel 2010 con l’attesissimo Alice in Wonderland. Il film non è un remake dei fatti narrati nei romanzi di Lewis Carroll “Le Avventure di Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio è quel che Alice vi trovò”, ma bensì un seguito tutto nuovo dove ritroviamo la protagonista, interpretata da Mia Wasikowska, ritornata per la seconda volta nel Paese delle Meraviglie all’età di diciannove anni.

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Che differenza c’è tra un corvo ed una scrivania?

Alice Kingsley, non ricorda più nulla delle sue avventure nel Paese delle Meraviglie. Dopo la prematura scomparsa  del padre, viene invitata ad una festa che diverrà una pubblica proposta di matrimonio avanzatale da un lord inglese, Hamish Ascot. Durante la festa, prima della proposta, La protagonista decide di inseguire uno strano coniglio bianco (il Bianconiglio). Il roditore la distrae, allontanandola dal luogo della festa  buttandosi in un grande buco ai piedi di un albero. La ragazza, in preda alla curiosità, si sporge per vedere dove questo varco porti e vi piomba dentro perdendo l’equilibrio; dopo una sfortunata caduta, si ritrova in una stanza bizzarra, fatiscente ma ben arredata, al centro della quale si trova un tavolino con su una chiave e una strana fialetta che recita “bevimi”, e sotto il mobile, un dolcetto con su scritto “mangiami” e una piccolissima porta come unica via d’uscita.

Al ritorno nel Paese delle meraviglie , incontrerà subito il Bianconiglio, il Ghiro, il Dodo, Pancopinco e Pincopanco che parlano di lei come di una salvatrice, chiamando il paese delle Meraviglie “Sottomondo”. Alcuni di questi appaiono però perplessi e non riconoscono in lei la vera “Alice”. Nel dubbio, il gruppo si reca dal Brucaliffo, il quale possiede una pergamena denominata Oracolum, che riporta dei disegni che illustrano il destino di Alice, cioè uccidere il Ciciarampa nel Giorno gioiglorioso, un mostro sanguinario al servizio della Regina di Cuori o Regina Rossa, ma il bruco non è nemmeno sicuro che la ragazza “prelevata” dal Bianconiglio sia la vera “Alice”. Insomma, il “Sottomondo” versa in una condizione critica e ha bisogno di una eroina in grado di far tornare “gloriosi” i giorni di delirio.

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Una terra colma di meraviglie, mistero e pericolo

Per ricreare lo splendido e decadente Paese delle Meraviglie, La Sony Pictures ImageWorks ha concorso al progetto per produrre gli effetti visivi. Finite le riprese dal vivo, molte sequenze sono state rieditate in performance capture, tecnica con la quale gli attori possono impersonare personaggi animati in modo fotorealistico (come fatto per il fenomeno tecnico Avatar). Durante la post-produzione le scene girate in tecnica tradizionale sono state convertite in tridimensionale, un processo chiarito come una strategia per risparmiare denaro così da rientrare nel bilancio, e per ottenere maggiore controllo nel montaggio e nella conversione del materiale. Personalmente credo che la qualità del tridimensionale in questo film non sia eccelsa, ma comunque azzeccata in quanto dona profondità alle immagini, pur essendo un “mezzo 3D”. In molte situazioni  sono solo i fondali o, viceversa, solo i personaggi ad essere renderizzati in tre dimensioni. Probabilmente non ha avuto così tanto spessore (ma comunque è gradevole) in quanto è stata data la precedenza al motion capture, che rende i personaggi di Alice tutti tanto anomali e insoliti quanto spettacolari e realistici. Il “sottomondo” è ricreato in atmosfera antica, dominato costantemente da colori tutt’altro che accesi e da filtri  freddi che rendono le ambientazioni  adatte alla situazione in cui versa il mondo fantastico. Il paese delle meraviglie è dominato da boschi e giardini trascurati dove le erbacce crescono a dismisura, da stagni in cui insetti e rane dominano il silenzio tombale, il cielo è ricoperto da grandi e minacciose nuvole cariche di pioggia in attesa del “Giorno gioiglorioso” dove tutto cambierà.

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Un cast di completi pazzoidi

Il cast è ricco di grandi attori. Il primo ad essere citato (in ordine di importanza) credo debba essere proprio lui: il cappellaio matto interpretato dal mitico Johnny Depp e, dalle sue dichiarazioni, si evince gran entusiasmo nell’interpretare questo ruolo. Alice è interpretata da Mia Wasikowska, Helena Bonham Carter è Iracebeth, la Regina Rossa, famosa anche per  le splendide recitazioni in “Fight Club” e “Sweeney Todd” nonché moglie del regista Tim Burton. Gli altri attori principali sono Anne Hathaway, la bellissima Regina Bianca, Michael Sheen , il Bianconiglio, Alan Rickman , il Brucaliffo, Stephen Fry, lo stregatto, Matt Lucas, interprete di entrambi i gemelli e Crispin Glover, il fante di cuori.

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Siamo tutti matti?

Alice in Wonderland tuttavia tradisce le aspettative di chi credeva potesse stupire. Personalmente penso sia stata data eccessiva importanza ai grandi “nomoni” (alludo al cast) trascurando i dettagli scenici, e che quindi ciò abbia messo in ombra la trama vera e propria. Il film ha un inizio molto buono per poi sfociare nel banale. Mia Wasikowska dà un’ottima interpretazione di Alice e si cala perfettamente nel ruolo della ragazza anticonformista e spaesata nel mondo fantastico. A sorpresa, meno buona la recitazione di Depp e di Helena Bonham nel ruolo della Regina Rossa: infatti danno un senso di “caricatura” ai loro personaggi non conforme alla situazione. La pellicola di Burton appare ad un certo punto scontata e porterà l’eroina Alice addirittura ad indossare un’armatura e ad impugnare una spada. Insomma, un film accettabile ma un po’ ordinario ed inadeguato. Un mezzo plauso alla realizzazione tecnica che pur sfruttando al 50% il 3D, è capace di regalarci bellissimi paesaggi decadenti e personaggi  tanto originali quanto dettagliati. E’ possibile che  tutta questa tecnologia fuori dalla norma abbia confuso un po’ troppo le idee a quel geniaccio di Burton e alla sua compagnia formata da grandissimi attori. Consigliato comunque, ma non imperdibile. Segnaliamo inoltre un gioco di slot machine che ispirato proprio al film e chiamato “Alice in Wonderslots”, molto bello graficamente e divertente da giocare. Puoi trovare una versione gratuita di questo gioco all’indirizzo http://www.richslots.it.

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The Master
Mar06

The Master

Paul Thomas Anderson sa di potersi fregiare del titolo di maestro, così caro a chiunque tenti di essere, con la sua arte, una guida ed un esempio per gli altri.

Questo suo ultimo film esplora proprio il bisogno dell’uomo di cercare una guida che lo svegli da quel sonno della ragione che genera mostri, accendendo una luce. Il “mostro”, in questa storia, è Freddie (interpretato da un Joaquin Phoenix assolutamente folle e terribilmente bravo), un uomo ossessionato dal sesso, primitivo e sempre incline a scoppiare di rabbia: un cane da addomesticare e conformare alla rigidità morale dell’America del secondo dopoguerra in cui è ambientato il film. Philip Seymour Hoffman interpreta Lancaster Dodd, ovvero il Maestro della Causa (un movimento spirituale che dimostra ben più di una affinità con Scientology) che, con infinita pazienza ed amore, cercherà di aiutare Freddie ad elevarsi spiritualmente.

Il film è un lungo affresco magnificamente composto: ogni sequenza sembra, infatti, quasi dipinta e le immagini sono potenti ed incisive. Bellissima ed infinita è la lunghissima corsa in moto di Freddie nel deserto, un personaggio universale che attraversa una vita arida come un lampo di luce, rischiando sempre di bruciarsi troppo in fretta.

Il film è pieno di sequenze che possono apparire narrativamente inutili ma che in realtà ci fanno conoscere i protagonisti attraverso una lunga serie di immagini-metafora che piantano radici nella mente dello spettatore come immagini in tre dimensioni: siamo invitati a girargli attorno, a vedere tutte le possibili facce dei personaggi, punti deboli compresi. In questo modo ognuno può entrare nella storia, sentendosene partecipe e rivedendo in Hoffman il suo Maestro. La bellezza di questo film però non è puramente formale: il regista sceglie come protagonista quell’amore morboso e vitale fra discepolo e maestro. Questa relazione è presente in ogni scena, anche quando i due uomini sono assenti nella sequenza: è il motore della storia, la sola cosa che dà un senso alla vita dei due protagonisti.

Il miracolo che avviene una volta comparsi i titoli di coda è quello di uscire dalla sala, nella penombra, accompagnati da due anime, due personaggi: sembra quasi di aver conosciuto i due protagonisti, di aver filmato noi, con i nostri occhi, tutti gli incontri, gli abbracci, le sedie sfasciate contro i muri.

Come un’ombra sfocata appare invece il personaggio di Amy Adams, moglie di Dodd. Ben pochi registi hanno saputo creare un personaggio che lascia quel retrogusto amaro quando vogliamo credere di avere la situazione in pugno e di aver capito chi abbiamo di fronte. Lei è la donna che fa l’uomo potente e che incarna (forse persino più di Dodd), i pilastri su cui si basa la Causa.

Non si possono non sentire le cicatrici sulla pelle del regista lasciate, invece, dai suoi maestri (i grandi registi-romanzieri americani come Welles, Kubrick, Scorsese, etc): sia nel tipo di pellicola scelta per girare (la 65mm, una grande tela) sia nella scelta delle musiche meravigliosamente turbolente di Jonny Greenwood.

E’ bello constatare come Anderson abbia il coraggio di imporsi come un maestro illuminato: in lui già incomincia a crescere lo spessore di un regista che farà storia.

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Looper
Feb20

Looper

Joe è un Looper, un criminale che ha accettato un compito tragico ma molto remunerativo: uccide le persone che un’organizzazione criminale gli manda dal futuro già immobilizzate e incappucciate e intasca ogni volta i lingotti d’argento che arrivano con loro. C’è una clausola però, un giorno i lingotti che arriveranno saranno d’oro, e questo indicherà che l’uomo ucciso era il sé stesso del futuro. Nessun Looper può infatti sfuggire a questo destino, che viene usato dall’organizzazione per eliminare tutte le tracce riconducibili a loro. Ai looper vengono così donati una trentina d’anni di tranquillità con una ingente somma di denaro a facilitare le cose, sapendo però che tutto quello avrà una fine piuttosto brusca un giorno. Vietato venire meno all’accordo, pena un qualcosa di molto doloroso.

Il futuro è un postaccio

Tutto questo ovviamente doveva avere una giustificazione, e il film la dà ambientando il tutto nel 2044, “trent’anni prima della scoperta del viaggio nel tempo”, in un mondo dove la povertà è un problema così grande che quella che sembra una grande città americana è caduta in disgrazia al punto da avere intere zone che sembrano vivere in povertà assoluta. Questa ambientazione futura e distopica serve a giustificare la presenza dei Looper ma anche a giustificare l’altra piccola invenzione del film, ovvero il fatto che il 10% della popolazione abbia sviluppato dei poteri telecinetici, poteri che però riescono al massimo a far levitare una moneta di qualche centimetro.

Ma cosa c’entra Bruce Willis in tutto questo? Semplicemente l’attore interpreta il Joe del Futuro, mandato indietro nel tempo per essere ucciso, salvo arrivare senza essere incappucciato e liberissimo di muoversi, riuscendo così a scappare. Il “vecchio” Joe è infatti alla ricerca della versione bambina del capo dell’organizzazione criminale nel suo tempo, per impedirgli di prendere il potere in futuro e salvare la propria moglie. Ovviamente “impedirgli” in questo caso è un eufemismo per “uccidere”.

Da qui partirà il contrasto tra il giovane e il vecchio Joe che durerà per tutto il film e che spesso non si svolgerà tramite confronti diretti, dando ampio spazio a sotto trame che si intrecciano molto bene con quella principale. Il merito più grande di questo film è infatti quello di aver evitato una eccessiva linearità della trama, tanto che per il primo quarto di film la trama sembra prendere una strada diversa da quella che in realtà prenderà. C’è molta più carne al fuoco di quello che potrebbe sembrare, sopratutto dopo la visione di trailer che non rendono giustizia alla pellicola.

Ma anche il presente…

I personaggi sono tutti intriganti, anche quelli più fiacchi come Kid Blu, macchiettistico con la sua fissazione per i revolver ma in grado dare una nota di colore ad un film che in fondo sa di essere “solo” un film action. E te lo dice chiaramente fregandosene quasi completamente di spiegare come funziona il viaggio nel tempo e i suoi paradossi in una memorabile battuta, praticamente meta testuale, in cui il Joe maturo afferma che è meglio agire invece che mettersi a fare diagrammi sul tavolo. L’unica cosa chiara del viaggio nel tempo in Looper è che il futuro non è pre determinato. Un evento nel presente diventa infatti un ricordo o una cicatrice nel futuro solo e solamente quando avviene nel presente, indipendentemente da quello che era avvenuta prima che si tornasse indietro nel tempo.Il film si concede poi il vezzo dell’autocaricatura quando ci mostra un Bruce Willis in grado di essere così incredibilmente pericoloso e “duro a morire” con un’arma in mano che diventa chiaro l’intento di presa in giro della carriera dello stesso attore.

La vena sci-fi fa quasi da solo sfondo a tutta la vicenda, complice anche il relativamente piccolo gap temporale tra il nostro tempo e quello del film, limitandosi ad essere poco più che una colorata tela per intrecci che avrebbero funzionato benissimo anche senza i viaggi nel tempo e le moto senza ruote. Molto buona la regia che ci dà un ritmo veloce e duro, particolarmente efficace nelle scene d’azione. La brutalità con cui all’inizio del film i looper svolgono il loro lavoro rimane impressa, perché non viene mostrata alcuna “romanticizzazione” dell’azione: niente sguardi intensi e movimenti in primo piano. L’uomo compare senza alcun preavviso e una frazione di secondo dopo è morto. Su schermo fa un certo effetto. Difficile trovare problemi nella regia, più facile muovere qualche critica alla fotografia invece, che a volte sembra mostrarci ambienti un po’ troppo spenti nei colori e bui nelle luci. E non è nemmeno un problema lodare la recitazione degli attori, molto buona sia come fisicità che come espressività facciale, in particolare quella di Gordon-Levit, pur penalizzata dalla grossa quantità di trucco applicatagli per farlo assomigliare a Bruce Willis (in realtà non gli somiglia ancora, ma sembra di meno Gordon-Levitt).

Per poco!

I problemi grossi si rivelano però nella sceneggiatura, che presenta qualche buco e dei punti deboli risolti con stiracchiature che durante la proiezione si fanno sentire, sopratutto con la occasionale caduta in qualche cliché di troppo. In realtà non si tratta poi di problemi veri e propri, quanto di una certa fiacchezza nello sviluppo di alcune idee che avrebbero meritato molto di più invece che di essere lasciate a galleggiare.

Alla fine Looper si rivela una piccola sorpresa, un film godibilissimo che non farà la storia dello sci-fi o dei film di azione ma che si è rivelato una gradevole pellicola in grado di tenere viva l’attenzione dello spettatore ricorrendo ad idee originali e ben realizzate. Peccato che non abbia potuto esprimere tutto il suo potenziale, ma diverte e lo fa bene.

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D.Gray-Man
Gen27

D.Gray-Man

D.Gray-man è un manga ideato e disegnato da Katsura Hoshino. L’opera cominciò la sua serializzazione sulla rivista di Shuisha, Shonen Jump, per poi passare, a causa di problemi dell’autrice, su Jump Square, rivista mensile della medesima casa editrice, dove vengo pubblicati manga come To-Love-Ru Darkness,Claymore e Ao no Exorcist. Il 3 Ottobre 2006 grazie allo studio TMS Entertainment ne è stato tratto un anime di 103 episodi, che è andato in onda su TV Tokyo fino al 30 settembre 2008. La versione cartacea del titolo in Italia è a cura della Planet Manga, mentre il cartone animato è tutt’ora inedito.

In un’alternativa Europa del XIV secolo, vagano sulla Terra dei misteriosi esseri, nati dalla disperazione e dalle tenebre che si insidiano nel cuore umano: gli Akuma, i quali spargono morte e distruzione.
Per far fronte a questo problema viene creata una organizzazione sotto il diretto controllo della Chiesa con il nome di “Black Order”, all’interno della quale si trovano gli apostoli di Dio, cioè coloro che sono compatibili con l’Innocence, la sostanza divina capace di uccidere gli Akuma. Tra questi esorcisti troviamo Allen Walker, un ragazzo dai capelli bianchi con una cicatrice sul volto a forme di stella. La maledizione, lanciata dal padre trasformato in Akuma dopo che il ragazzo cercò di farlo tornare in vita per mano del Conte del Millennio, creatore di questi esseri, il quale nella trama ha il ruolo dell’antagonista principale.
Quando Allen arriverà al quartier generale a cui è stato assegnato, farà subito conoscenza con Kanda, un ragazzo giapponese dal carattere estremamente freddo che sarà, durante la storia, continuamente in contrasto con il nostro protagonista.
Altri personaggi che Allen incontrerà sono Linalee sorella minore di Komui, capo del reparto di ricerca del quartier generale, che possiede l’innocence “Black Boots”, Lavi, futuro Bookman, che si rivela un personaggio estremamente solare, ma che comunque soffre profondamente della sua condizione di Bookman, incarico per il quale è necessario non affezionarsi e trascrivere la storia in modo oggettivo.

Anche se la trama sembra avere un pilot tipico degli shonen moderni, cioè una organizzazione contro il male, riesce a stupire lo spettatore con colpi di scena, combattimenti spettacolari e personaggi che comunque non cadono nei soliti clichè del genere.
Per di più con lo svolgimento della trama notiamo una crescita interiore e in alcuni casi fisica, di tutti i personaggi. Purtroppo la storia dell’anime viene indebolita dalle solite tecniche per allungare gli episodi e da filler, che comunque non cadono mai troppo in basso come qualità pur restando inferiori alla media dell’anime. Quest’ultima viene spezzata al 16° volume dell’opera, dovuta al fatto che la versione cartacea va molto a rilento e quindi si è preferito aspettare del materiale dall’autrice per poterla continuare. Il character design è molto buono sia dalla parte dei membri del Dark Order che dalla parte dei Noah/Akuma. La parte visiva del titolo è buona, soprattutto nei combattimenti dove notiamo praticamente sempre delle buone animazioni, in più l’ambientazione gotica è caratterizzata egregiamente e dà un tocco di classe in più a tutto.
La parte sonora è caratterizzata da un buon doppiaggio che si mescola bene con tutti i personaggi, soprattutto il Conte del Millennio; in più le 4 Opening e 9 Ending (di cui una in verita è una rivisitazione di quella precedente) sono di ottima qualità.

In conclusione D.Gray-man è un anime consigliato a tutti gli amanti del genere shonen di combattimento, anche se consigliamo la visione saltando i filler, che per quanto sufficienti allungano solo gli episodi da vedere senza aggiungere nulla di davvero significativo alla trama di base.
Ci auguriamo quindi che la seconda stagione possa arrivare presto e che sia qualitativamente allo stesso livello di questa.

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Death Note
Dic13

Death Note

L’anime è stato tratto dall’omonimo manga ideato e scritto da Tsugumi Oba e disegnato da Takeshi Obata. Venne pubblicato settimanalmente su Weekly Shonem Jump da dicembre 2003 a maggio 2006.

Grazie al successo in patria, il 3 ottobre 2006 ne è derivata una serie animata composta da 37 episodi, trasmessi in Italia su MTV, inoltre sono stati realizzati tre film live action e due special. I due special dal nome “Death Note Rewrite: The Visualizing God” e “Death Note Rewrite 2: L’s successors” riassumono gli episodi della seria televisiva (il primo fino al 26 il secondo fino al 37), includendo delle scene e dei dialoghi completamente inediti.

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La storia tratta di Light Yagami, uno studente modello, annoiato dal suo stile di vita e da un mondo corrotto che lo circonda, nel quale persone meritevoli non riescono ad imporsi e vengono schiacciate dai malvagi. La sua vita cambia quando, casualmente, trova fuori da scuola un quaderno nero su cui è impressa la scritta “Death Note”, e le istruzioni dicono che qualsiasi persona il cui nome venga scritto sul quaderno morirà. Anche se inizialmente scettico sull’autenticità del quaderno, Light si ricrede mentre assiste alla morte di due criminali di cui aveva scritto il nome pochi instanti prima.

Poco tempo dopo uno shinigami (un Dio della morte) di nome Ryuk, vero proprietario del quaderno, si presenterà al protagonista, confermando ancora una volta che l’oggetto non è falso. L’obiettivo di Light quindi sarà quello di diventare il “Dio del nuovo mondo”, nel quale deciderà lui stesso leggi e punizioni e nel quale potranno vivere solo le persone da lui giudicate giuste. Le continue morti provocate da Kira, soprannome dato a Light  dai media nipponici e che deriva dalla parola inglese killer, cattura l’attenzione dell’Interpol che decide di assoldare Elle, il detective più bravo del mondo, per scoprire il vero volto del criminale che si nasconde dietro quello pseudonimo. La storia vedrà quindi contrapporre continue lotte d’ingegno tra Kira ed Elle per scoprire l’identità dell’altro. P

eccato che, per quanto la trama si lasci seguire senza nessun problema nella prima parte della storia, nella seconda troviamo scene noiose e al limite del ripetitivo che fanno comprendere senza alcun dubbio che gli autori abbiano allungato la brodaglia e che in verità la serie doveva finire ben prima. Le differenze con la versione cartacea sono minime, se non per il finale che comunque resta molto simile.
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Il character design è ben realizzato anche se gli unici personaggi che rimangono in mente, oltre agli shinigami, sono Elle e Light, mentre gli altri sembrano di contorno. Le animazioni sono di buon livello, probabilmente per la poca presenza di scene d’azione particolarmente complesse..
La parte sonora è caratterizzata da una soundtrack veramente ben composta e da due Opening ed Ending di buona fattura, per di più il doppiaggio è veramente buono con voci che si sposano perfettamente con i personaggi.

Nella versione televisiva italiana si nota la scelta di effettuare delle piccole censure, come per esempio l’utilizzo di sinonimi poco efficaci tutte le volte in cui Light si autodefinisce “Dio del nuovo mondo”. Altra nota dolente della controparte nostrana è il doppiaggio, che a parte la voce del protagonista e quella di Elle, per chi è abituato ad ascoltare gli anime in lingua originale, è qualcosa di davvero pessimo, soprattutto quella di Misa.

In definitiva, l’anime di Death Note si assesta su buoni livelli qualitativi, con personaggi che piacciono e con una parte audio di tutto rispetto.
A differenza di quello che può sembrare a prima vista è da comprendere, che anche se i temi trattati sembrano di genere seinen, l’anime è uno shonen; quindi se si sta cercando un anime serio con componente psicologica sviluppata, Death Note potrebbe non fare per voi.

È consigliato un po’ a tutte le persone che stanno cercando qualcosa di interessante da vedere, anche se ai veterani del “made in Japan” potrebbe non sembrare nulla di innovativo perché gli argomenti come la morte, gli shinigami, i combattimenti mentali tra due personaggi sono facilmente trovabili in altri anime.

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