Amabili Resti
Gen28

Amabili Resti

Amabili Resti (The Lovely Bones) 2010 è solo l’ultimo di un lungo elenco di film visionari partoriti dalla fervida mente del regista premio oscar Peter Jackson. Tratto e adattato dall’omonimo romanzo di  successo di Alice Sebold del 2002, la pellicola è un mix equilibrato e organico del genere drammatico, thriller e fantastico  ben confezionato dalla direzione esperta di Jackson e tenuto saldamente insieme da un cast credibile e affiatato.

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Voglio premettere che la sintesi non rende giustizia a questo film (come a quasi nessuno d’altro canto, tranne forse ai peggiori). La sua storia non è certo così originale (vedi Ghost 1990, Al di la dei Sogni 1998 e altri ancora) , ma il modo nella quale è stata rappresentata sia visivamente che nelle scelte di regia, nonché le emozioni e l’empatia che questa opera nel suo insieme riesce a provocare lo rendono uno dei film da non perdere del 2010. Gli Amabili Resti narra la storia di una giovane ragazza, Susie, brutalmente uccisa e interrotta a soli quattordici anni nello sbocciare della sua vita. E di come a un passo dall’aldilà in una sorta di terra di mezzo dopo la sua morte ella vaghi intrecciando il suo nuovo mondo, colorato e referenziale, a quello della sua famiglia e del suo assassino ancora in libertà, in un intermittente gioco di riflessi e scambi. La sua tragica morte e le sue conseguenze sono il filo conduttore di una storia che riesce a essere allo stesso tempo tesa e spaventosa quanto piena di speranza e luce.
La narrazione, va segnalato, in alcuni punti procede a singhiozzi. Inutile nascondere che il fatto di trovarsi davanti all’adattamento di un libro è ben visibile proprio da certi personaggi secondari e passaggi narrativi che non hanno mai il tempo di svilupparsi pienamente nei suoi pur lunghi 136 minuti, lasciando alle volte perplessi.  Ma anche questi difetti non tolgono nulla al fatto che anche se mancano parte degli ingredienti che hanno reso un successo pubblico il libro della Sebold, Peter Jackson ci presenta con i suoi strumenti  una riduzione e reinterpretazione  più che godibile senza mai essere troppo scontato.  Una storia in grado di costruire una tensione montante controbilanciata da un forte aspetto di umanità e senza mai perdersi nel processo. Sono molte le scene degne di nota per regia, recitazione o scenografia e lascio allo spettatore trovare le sue. Tra le chicche troviamo un cameo di Peter Jackson che filma in un centro di sviluppo fotografico, e in libreria la pubblicità di un’edizione del Signore Degli Anelli.

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L’aspetto visivo, come era facile aspettarsi da Jackson, è molto curato e creativo con inquadrature e scenografie audaci e innovative. La terra di mezzo nella quale è sospesa Susie e quasi completamente realizzata in CGI (computer animated imagery) e tenta di essere una continua sorpresa, pur non sempre riuscendo nell’intento. Ma anche in questo caso, la fotografia, le ambientazioni degli anni ’70 e gli effetti speciali convergono a un risultato finale e organico di immagini sempre piacevoli e interessanti da guardare senza mai annoiarsi. La scenografia è anche piena di indizi che ponendovi la giusta attenzione ne potenziano la storia. Anche sulla colonna sonora c’è poco da lamentarsi: adeguata e piena di sfumature, così come il comparto degli effetti sonori, molto efficaci e caratterizzati da un minimalismo che contribuisce fortemente alla tensione.

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Il Cast, molto contenuto, è composto da una sorprendente semisconosciuta e giovanissima Saoirese Ronan che interpreta convincentemente il ruolo di Susie attraverso tutta la gamma delle sue emozioni. I genitori sono interpretati dai bravi Rachel Weisz e Mark Wahlberg, che riescono a tirare fuori tutto il possibile dai loro personaggi pur non avendo abbastanza tempo su schermo, problema comune a quasi tutti i personaggi. Da segnalare anche Susan Sarandon nella parte di una altrettanto mai completamente sviluppata, ma non per questo meno relazionabile cinica e simpatica nonna. Ma la vera star, nel senso brillante del termine assieme alla Ronan, è Stanely Tucci nel ruolo del maniaco ossessivo Mr. Harvey, che recita con un intensità tale da renderlo sempre credibile senza mai lasciarlo cadere in uno stereotipo preconfezionato, e rendendolo il personaggio maggiormente caratterizzato. Quanto agli altri personaggi, sono tutti bravi e ben diretti,  nonostante gli spettatori non abbiamo mai il tempo di prendere a cuore o conoscere per davvero molti di loro.

Conclusioni

Gli Amabili Resti è un film che non piacerà a tutti, basta navigare un pò su internet per trovare quanto siano spaccate le opinioni al suo riguardo. C’è chi lo ha amato e chi lo ha stroncato. Molte delle critiche hanno fondamenti sensati, ma questo film è il classico esempio dove il risultato finale è maggiore della somma delle sue parti, ed è appunto solo nel suo insieme che diviene un prodotto estremamente godibile per le persone in grado di lasciarsi trasportare e di legare con i suoi personaggi. La trama nel passaggio dalla cellulosa alla celluloide ha subito moltissimi tagli, ciononostante l’adattamento cinematografico ha una sua vita propria che vale la pena di essere sperimentata, soprattutto dai fan del lavoro di Jackson prima che divenisse main stream.

 

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Alice in Wonderland
Gen28

Alice in Wonderland

Tutti i migliori sono matti

Dopo i grandi successi di “Edward mani di forbice”,  “Nightmare before Christmas” , “La Fabbrica del cioccolato” e “Sweeney Todd”,  Tim Burton ritorna nel 2010 con l’attesissimo Alice in Wonderland. Il film non è un remake dei fatti narrati nei romanzi di Lewis Carroll “Le Avventure di Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio è quel che Alice vi trovò”, ma bensì un seguito tutto nuovo dove ritroviamo la protagonista, interpretata da Mia Wasikowska, ritornata per la seconda volta nel Paese delle Meraviglie all’età di diciannove anni.

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Che differenza c’è tra un corvo ed una scrivania?

Alice Kingsley, non ricorda più nulla delle sue avventure nel Paese delle Meraviglie. Dopo la prematura scomparsa  del padre, viene invitata ad una festa che diverrà una pubblica proposta di matrimonio avanzatale da un lord inglese, Hamish Ascot. Durante la festa, prima della proposta, La protagonista decide di inseguire uno strano coniglio bianco (il Bianconiglio). Il roditore la distrae, allontanandola dal luogo della festa  buttandosi in un grande buco ai piedi di un albero. La ragazza, in preda alla curiosità, si sporge per vedere dove questo varco porti e vi piomba dentro perdendo l’equilibrio; dopo una sfortunata caduta, si ritrova in una stanza bizzarra, fatiscente ma ben arredata, al centro della quale si trova un tavolino con su una chiave e una strana fialetta che recita “bevimi”, e sotto il mobile, un dolcetto con su scritto “mangiami” e una piccolissima porta come unica via d’uscita.

Al ritorno nel Paese delle meraviglie , incontrerà subito il Bianconiglio, il Ghiro, il Dodo, Pancopinco e Pincopanco che parlano di lei come di una salvatrice, chiamando il paese delle Meraviglie “Sottomondo”. Alcuni di questi appaiono però perplessi e non riconoscono in lei la vera “Alice”. Nel dubbio, il gruppo si reca dal Brucaliffo, il quale possiede una pergamena denominata Oracolum, che riporta dei disegni che illustrano il destino di Alice, cioè uccidere il Ciciarampa nel Giorno gioiglorioso, un mostro sanguinario al servizio della Regina di Cuori o Regina Rossa, ma il bruco non è nemmeno sicuro che la ragazza “prelevata” dal Bianconiglio sia la vera “Alice”. Insomma, il “Sottomondo” versa in una condizione critica e ha bisogno di una eroina in grado di far tornare “gloriosi” i giorni di delirio.

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Una terra colma di meraviglie, mistero e pericolo

Per ricreare lo splendido e decadente Paese delle Meraviglie, La Sony Pictures ImageWorks ha concorso al progetto per produrre gli effetti visivi. Finite le riprese dal vivo, molte sequenze sono state rieditate in performance capture, tecnica con la quale gli attori possono impersonare personaggi animati in modo fotorealistico (come fatto per il fenomeno tecnico Avatar). Durante la post-produzione le scene girate in tecnica tradizionale sono state convertite in tridimensionale, un processo chiarito come una strategia per risparmiare denaro così da rientrare nel bilancio, e per ottenere maggiore controllo nel montaggio e nella conversione del materiale. Personalmente credo che la qualità del tridimensionale in questo film non sia eccelsa, ma comunque azzeccata in quanto dona profondità alle immagini, pur essendo un “mezzo 3D”. In molte situazioni  sono solo i fondali o, viceversa, solo i personaggi ad essere renderizzati in tre dimensioni. Probabilmente non ha avuto così tanto spessore (ma comunque è gradevole) in quanto è stata data la precedenza al motion capture, che rende i personaggi di Alice tutti tanto anomali e insoliti quanto spettacolari e realistici. Il “sottomondo” è ricreato in atmosfera antica, dominato costantemente da colori tutt’altro che accesi e da filtri  freddi che rendono le ambientazioni  adatte alla situazione in cui versa il mondo fantastico. Il paese delle meraviglie è dominato da boschi e giardini trascurati dove le erbacce crescono a dismisura, da stagni in cui insetti e rane dominano il silenzio tombale, il cielo è ricoperto da grandi e minacciose nuvole cariche di pioggia in attesa del “Giorno gioiglorioso” dove tutto cambierà.

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Un cast di completi pazzoidi

Il cast è ricco di grandi attori. Il primo ad essere citato (in ordine di importanza) credo debba essere proprio lui: il cappellaio matto interpretato dal mitico Johnny Depp e, dalle sue dichiarazioni, si evince gran entusiasmo nell’interpretare questo ruolo. Alice è interpretata da Mia Wasikowska, Helena Bonham Carter è Iracebeth, la Regina Rossa, famosa anche per  le splendide recitazioni in “Fight Club” e “Sweeney Todd” nonché moglie del regista Tim Burton. Gli altri attori principali sono Anne Hathaway, la bellissima Regina Bianca, Michael Sheen , il Bianconiglio, Alan Rickman , il Brucaliffo, Stephen Fry, lo stregatto, Matt Lucas, interprete di entrambi i gemelli e Crispin Glover, il fante di cuori.

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Siamo tutti matti?

Alice in Wonderland tuttavia tradisce le aspettative di chi credeva potesse stupire. Personalmente penso sia stata data eccessiva importanza ai grandi “nomoni” (alludo al cast) trascurando i dettagli scenici, e che quindi ciò abbia messo in ombra la trama vera e propria. Il film ha un inizio molto buono per poi sfociare nel banale. Mia Wasikowska dà un’ottima interpretazione di Alice e si cala perfettamente nel ruolo della ragazza anticonformista e spaesata nel mondo fantastico. A sorpresa, meno buona la recitazione di Depp e di Helena Bonham nel ruolo della Regina Rossa: infatti danno un senso di “caricatura” ai loro personaggi non conforme alla situazione. La pellicola di Burton appare ad un certo punto scontata e porterà l’eroina Alice addirittura ad indossare un’armatura e ad impugnare una spada. Insomma, un film accettabile ma un po’ ordinario ed inadeguato. Un mezzo plauso alla realizzazione tecnica che pur sfruttando al 50% il 3D, è capace di regalarci bellissimi paesaggi decadenti e personaggi  tanto originali quanto dettagliati. E’ possibile che  tutta questa tecnologia fuori dalla norma abbia confuso un po’ troppo le idee a quel geniaccio di Burton e alla sua compagnia formata da grandissimi attori. Consigliato comunque, ma non imperdibile. Segnaliamo inoltre un gioco di slot machine che ispirato proprio al film e chiamato “Alice in Wonderslots”, molto bello graficamente e divertente da giocare. Puoi trovare una versione gratuita di questo gioco all’indirizzo http://www.richslots.it.

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Aiuto Vampiro
Gen28

Aiuto Vampiro

Benvenuti al “Circo dei Freak”

Tratto dalla Saga di Darren Shan creata dall’omonimo scrittore britannico, “Aiuto Vampiro” narra le vicende dei primi tre libri della saga, “Il circo degli orrori”, “L’assistente del vampiro” e “Tunnel di sangue”. Una produzioni che vanta nomi importanti e che prova a dare un nuovo senso ai film vampireschi, senza però stupire eccessivamente lo spettatore, nella speranza che i capitoli successivi (se ci saranno) siano meglio realizzati.

Un nuovo assistente

Darren Shan (Chris Massoglia) è un normale adolescente americano che si divide tra scuola, famiglia e il suo migliore amico, Steve (Josh Hutcherson); purtroppo a causa della loro amicizia Darren viene messo in punizione dai genitori, proprio il giorno in cui in città arriva il “Circo dei Freak”. Darren decide di disobbedire ai genitori e di visitare con l’amico Steve il baraccone itinerante: i due entreranno così in un mondo nuovo ed affascinante, fatto di mostri, vampiri e uomini lupo, inconsapevoli però del fatto che il loro destino li vedrà diventare nemici e li costringerà ad interrompere una tregua secolare tra due fazioni di vampiri. Darren sarà infatti costretto, per salvare la vita dell’amico, a fingersi morto e ad abbandonare ogni cosa per seguire quello che diventerà il suo mentore, il vampiro Larten Crepsley (John C. Reilly); Steve si schiererà invece dalla parte del maligno Desmond Tiny, nemico giurato di Crepsley, intento a scatenare una guerra tra vampiri.

Protesi a volontà

Diretto dal regista, sceneggiatore e produttore Paul Weitz, “Aiuto Vampiro” è se non altro apprezzabile per quanto riguarda l’aspetto del trucco (curato da Lance e Steven Anderson) e degli effetti speciali (realizzati dalla Amalgamated Dynamics Inc.) che aiutano lo spettatore ad immergersi in una sorta di mondo parallelo abitato da strane quanto improbabili, diciamo così, “creature”. Lo stesso Weitz (che vanta grande esperienza in pellicole per giovani adolescenti) e il premio Oscar Brian Helgeland (già nei crediti dei recenti “Green Zone” e “Robin Hood”) riadattano con eleganza i primi tre libri della Saga di Shan, eliminando il superfluo e rendendo il film tutto sommato abbastanza scorrevole, grazie anche al montaggio di Leslie Jones. Buona anche la fotografia di J. Micheal Muro, le musiche di Stephen Trask e la scenografia di William Arnold; troppo scontati e con poca fantasia (o in alcuni casi troppa) i costumi, curati da Marilyn Brum.

Giovani vampiri crescono

Con un cast di tutto rispetto, anche se magari non sfruttato appieno, “Aiuto Vampiro” ci permette di osservare alcune vecchie volpi del cinema affiancate da giovani promesse, primo tra tutti Chris Massoglia, protagonista e autore di una buona interpretazione; note positive anche per l’amico-nemico Steve, interpretato da Josh Hutcherson, che a soli 17 anni vanta piccole parti in oltre 20 film e che in questa pellicola riesce finalmente a guadagnarsi il giusto spazio. Per quanto riguarda gli altri ruoli principali troviamo molti volti noti a cominciare dai buoni, come Jhon C. Reilly nel ruolo di Larten Crepsley e Salma Hayek, che interpreta Madame Truska, conosciuta come “donna barbuta” e compagna di Crepsley; gli altri buoni della pellicola sono il premio Oscar Ken Watanabe nel ruolo di Mr. Tall e  Willem Defoe, che dopo il recentissimo “Daybreakers” ritroviamo in un film “vampiresco”, più precisamente nel ruolo del vampiro Gavner Purl. Dalla parte dei cattivi troviamo Michael Cerveris, chitarrista, cantante nonché apprezzato attore di teatro, nel ruolo del misterioso Desmond Tiny, principale antagonista della Saga; ultima citazione per il vampiro Murlough, interpretato da Ray Stevenson, già ingaggiato dalla Marvel Studios per il film “Thor”.

Per ora è tutto

In attesa della trasposizione cinematografica degli altri libri della saga di Darren Shan, “Aiuto Vampiro” risulta principalmente un film di introduzione, con poche pretese, che probabilmente non lascerà lo spettatore in attesa del seguito. Non tutto è da scartare, anzi, i due giovani antagonisti sono un nota positiva nella visione globale del film così come l’atmosfera che fa da sfondo alla storia principale, ma il resto probabilmente è da rivedere, soprattutto è necessario l’inserimento di personaggi di maggior spessore, sia dalla parte dei buoni, sia dalla parte dei cattivi; inoltre andrebbero maggiormente sfruttati attori del calibro di Watanabe e Defoe, un duo che sarebbe in grado di dare più appeal alle successive produzioni. Tutto sommato la pellicola merita la sufficienza, rimandando però un giudizio più concreto per quanto riguarda la saga ai successivi film.

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Ace Ventura – Missione Africa
Gen28

Ace Ventura – Missione Africa

Premi a gogò!

Se il primo Ace Ventura ha incassato 107 milioni di dollari, il sequel Missione Africa ha sbancato i botteghini con 212; di premi e nomination, poi, ce ne sono a bizzeffe: vinti l’Award del Top Box Office Film e i Kid’s Choice Award per attore e film preferiti. Carrey si aggiudica anche la miglior performance maschile e comica dell’ MTV Movie Awards e ha una nomination come attore più divertente per l’American Comedy Award. Da non dimenticare anche un’originale nomination per il miglior bacio tra Ace Ventura e la principessa della tribù Wachitu!

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Un pipistrello per un matrimonio

Dopo la sventurata vicenda di un procione che non è riuscito a salvare, Ace Ventura si ritira presso un Ashram buddista; ben presto però qualcuno viene a chiedere i suoi servigi, per il ritrovamento di un raro pipistrello bianco, Fulton Greenwall, del consolato della Nibia. Attratto irresistibilmente dalla somma che gli viene offerta, l’acchiappanimali per eccellenza decide che, tutto sommato, ha meditato abbastanza ed è ora di rimettersi al lavoro!
Il pipistrello che deve ritrovare (e scopriremo anche che è l’unico animale verso cui prova orrore) è necessario per il buon auspicio del matrimonio tra la principessa dei Kakati, a cui il volatile è sacro, e quella di un membro degli Wachitu. Inizialmente Ace sospetta di Burton Quinn, proprietario di un Safari Park, ma le vicissitudini che lo porteranno a travestirsi da rinoceronte e a rischiare la vite tra le rapide di un fiume gli faranno scoprire una realtà molto diversa.
Al suo fianco c’è la fedele (più o meno) scimmietta Spike e lo stesso Fulton, che lo erudirà sulla storia delle due tribù e gli insegnerà le strane tecniche di saluto dei Kakati (praticamente sputarsi addosso!). Indispensabile anche l’aiuto del kakati Ouda, che dimostrerà di divertirsi un mondo al fianco dello strano detective.

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In South Carolina per un parchieggio perfietto!

Sembra incredibile ma, nonostante l’ambientazione prettamente africana, il film è stato girato in South Carolina: foreste incontaminate, praterie immense e fiumi esotici sono gli scorci ricreati dallo scenografo Stephen J. Lineweaver. Le musiche sono state curate da Robert Folk; si va dall’inevitabile The lion sleeps tonight all’azzeccatissima Secret agent man dei Blues Traveler, ad armonie prettamente africane con tanto di tamburi e aggiunta di chitarre elettriche stile metal quando Ace ci delizia col suo pericolosissimo ma sganasciante Parchieggio perfietto! che fa quasi prendere un infarto al povero Fulton. Suggestivi i festeggiamenti serali durante i quali Ace incontra la promessa sposa.
Il doppiaggio è eccellente, con Ventura interpretato sempre dall’ottimo Tonino Accolla e Fabio Boccanera che, per Ouda, sceglie un accento particolare a metà strada tra il siciliano e l’africano, con vocali più che aperte.
Riprodotto in maniera esilarante anche il combattimento tra l’acchiappanimali e la tribù degli Wachitu, nel quale viene messa in evidenza la pettinatura alla Elvis di Carrey che viene trasformata in quella di un ‘euinuus ocho’ (diavolo bianco) come viene chiamato dalla tribù: Nessuno smanazza la mia capigliatura! protesta Ace indignato!

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Dalle smorfie di Carrey agli animali impagliati di Callow
Il cast è eccellente: Jim Carrey dà il meglio di sé con le sue smorfie e i suoi lazzi irresistibili, talmente spontanei che è inevitabile pensare a quanto si stia divertendo lui per primo. Ian McNeice è il simpatico Fulton Greenwall che ne vedrà di tutti i colori, ma alla fine si affezionerà tanto ad Ace Ventura che lo soccorrerà quando ce ne sarà bisogno; lo stesso farà il fedele Ouda, interpretato dal bravo Maynard Eziashi che, come già detto, non mancherà di sganasciarsi dalle risate alle performance del suo nuovo amico. Troviamo poi Sophie Okonedo, per metà inglese e per metà nigeriana, che si cala nei panni della principessa vergine dei Kakati che tenterà irresistibilmente il protagonista. L’abbottonatissimo console Vincent Cadby viene interpretato ottimamente da un serioso Simon Callow, già in film di successo quali Shakespeare in love e Quattro matrimoni e un funerale; l’uomo farà passare ad Ace un brutto quarto d’ora in compagnia dei suoi animali impagliati, al contrario del gestore di un Safari Park suo amico, che invece porta con sé Tinki, un bellissimo esemplare di Corvus Corax (come ci insegna Ventura): l’attore che impersona Quinn è Bob Gunton (Demolition man e Le ali della libertà).

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Momenti di geniale divertimento anche su Youtube
Questo sequel è addirittura migliore del primo Ace Ventura: Jim Carrey dà il meglio di sé e l’adattamento italiano riesce a calzare in maniera perfetta lo spirito goliardico della pellicola, seppur con qualche parolaccia neanche troppo celata: inutile spiegare i significati dei nomi delle due tribù, i Kakati e gli Wachitu e impossibile non scoppiare in una sonora risata quando, il saluto che Fulton rivolge ai primi, cicciawekuna, diventa in bocca al protagonista ciccia al culo! Le trovate geniali vengono sciorinate una dietro l’altra e su Youtube questi momenti salienti vengono immortalati da fan che non possono fare a meno di lasciare decine di commenti: si va dal mi è rimasto qualcosina fra i denti durante il brunch al già citato parchieggio perfietto davanti al consolato. Se non si passa alla storia così…

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A History of Violence
Gen28

A History of Violence

Sequenza introduttiva e trama

Due uomini in un’auto davanti ad un motel; il più giovane rientra, per prendere dell’acqua prima di ripartire, e vede una bambina, probabilmente la figlia dei proprietari, in piedi dinnanzi ai cadaveri insanguinati dei genitori. L’uomo le si avvicina, le sorride, il campo si allarga: da dietro la schiena, mette mano alla pistola.

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Tom Stall è il proprietario di una tavola calda nella piccola e tranquilla cittadina di Milbrook, nell’Indiana, dove vive con la moglie Edie, avvocatessa, il figlio adolescente Jack e la figlia minore Sarah. Scene di quotidianità ci mostrano un matrimonio felice e una famiglia ideale, perfetta in modo quasi irrealistico.
Una sera, all’ora di chiusura, nel diner di Stall entrano i due succitati uomini, inscenano una rapina e minacciano di uccidere la cameriera, Charlotte. La violenza torna fulminea in scena, il marito perfetto e amorevole padre Tom Stall rompe il bricco del caffè sulla faccia di uno dei rapinatori, salta oltre il bancone, afferra l’arma che questi aveva lasciato cadere e conficca quattro colpi di pistola nel petto dell’altro uomo, mentre il primo, finito in terra, ma nuovamente in sé, sfodera un coltello e ferisce il protagonista ad un piede, per poi ricevere un proiettile in testa e morire riversando le proprie cervella sul pavimento rosso di sangue. La regia è cruda, eloquente, la brutalità nuda, la violenza divampa e si consuma in un momento.
Tom Stall è ora un eroe locale e il suo volto compare in televisione. Il bagliore di notorietà guiderà a Milbrook lo sfregiato Carl Fogarty (gangster della mafia irlandese di Philadelphia), che è convinto di riconoscere in lui il traditore Joey Cusack, sparito dal giro.

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La violenza protagonista

Cronenberg stesso lo conferma: il film si presenta come una rivisitazione dell’abuse movie hitchcockiano, dove un uomo apparentemente innocente viene dapprima molestato e perseguitato da uomini violenti, per poi essere egli stesso coinvolto in un vortice di sangue che minaccia la sua identità, oltre che la sua vita e quella dei suoi cari.
La violenza corrompe il rassicurante Tom Stall e si riversa, contaminandolo, nel nido concreto che egli aveva creato; essa infonde il sospetto nella mente della moglie, che sembra ora accorgersi di non conoscere il passato dell’uomo che ama, insidia la piccola Sarah, che viene usata da Fogarty per avvicinare Edie e spaventarla, contagia perfino il pacifico figlio Jack, che, vessato da un bullo, lo affronta e lo gonfia di pugni nei corridoi del liceo.
Questa sanguinosa protagonista affiora allo schermo emergendo dall’animo come una dirompente macchia cremisi; è un’ombra insita nella natura umana, è propria del suo lato istintivo.
Joey Cusack la conosce profondamente, e, sebbene abbia cercato di sopprimerla, di voltarle le spalle, di rinunciarvi, sebbene sembri essere riuscito a celare il proprio passato di violenza, questa lo trova e lo raggiunge inesorabile, permeando, attraverso di lui, il quieto mondo degli Stall.

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La qualità della realizzazione



Girato a partire da una sceneggiatura non originale (basata sull’omonimo romanzo grafico di John Wagner e Vince Locke), A History of Violence è un prodotto difficile da catalogare, che, come ogni film di Cronenberg, va ad attingere da più di un genere: il risultato è un amalgama d’autore con elementi western, noir e thriller.
La scenografia è convincente, minuziosamente curata (Cronenberg è, per sua stessa ammissione, un maniaco dei dettagli), pervasa, però, da una qual certa sobrietà (la sua arte si presenta, qui, certamente più matura che in passato, riconoscibile, certo, ma scevera delle esasperazioni pur apprezzabili del suo passato). Le musiche, composte da Howard Shore, sono convenzionali, ma purtroppo prive dei benefici che la consuetudine solitamente conferisce, risultano dunque di efficacia incerta e scivolano facilmente in secondo piano.
La recitazione è, complessivamente, di ottimo livello: di Ed Harris non si può dir nulla di male, quasi lo stesso vale per Viggo Mortensen, che, con quella maschera statica, che alcuni tacciano di scarsa espressività, riesce a rendere in modo eccellente l’ambiguità del suo personaggio; Maria Bello (E.R.; Secret Window – 2004) si dimostra capace, e contribuisce enormemente alla buona resa del rapporto turbato tra i coniugi Stall; a tratti poco efficace Ashton Holmes, e il doppiaggio non l’aiuta affatto. Cameo finale del talentoso William Hurt.

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Conclusione

Pellicola breve, che colpisce, e che segna una sorta di distacco, per il regista, dallo stile visuale deflagrante che ben ricordiamo. Con le sue inquadrature taglienti, che ci mostrano le immagini di una realtà angosciosa quanto verosimile, questa storia di violenza affonda le proprie radici nella finzione del sogno americano, e i denti nella fragilità dell’ordinario.

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50 Volte il Primo Bacio
Gen27

50 Volte il Primo Bacio

Quando si cambia il titolo.

Peter Segal ci propone un film romantico, simpatico e appassionante che ha incassato in Italia ben 1 milione e 317 mila euro quando uscì, nel 2004. La critica è unanime: parla di ‘capolavoro’ e di ‘amore che vince l’amnesia’. Il titolo è stato italianizzato per l’ennesima volta, così 50 first dates (50 primi appuntamenti) diventa 50 volte il primo bacio; naturalmente il titolo americano è più azzeccato, visto che i protagonisti si danno vari appuntamenti e ben pochi baci…

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Un appuntamento dimenticato. Anzi, 50.

Il veterinario Henry è il classico ‘sciupafemmine’ che ama crogiolarsi nel sole delle Hawaii passando ‘di fiore in fiore’. Ma quando incontra Lucy in un caffè, se ne innamora a prima vista e riesce a darle appuntamento per il giorno successivo; saranno grandi delusione e stupore, quando si accorgerà che la ragazza non si ricorda più di lui. Parlando con la proprietaria del locale, Henry scopre che Lucy, in seguito ad un incidente automobilistico di qualche tempo prima, ha un problema di memoria a breve termine e ogni giorno per lei è sempre lo stesso. Il padre e il fratello ricreano per lei sempre la stessa giornata da un anno e al ragazzo non rimane che farla reinnamorare di lui ancora, e ancora, e ancora… Per Lucy sarà un duro colpo venire a sapere la verità, ma scoprirà di avere più di una persona che la ama è che è disposta a ricordarle la sua vita ogni singolo giorno.

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Alle Hawaii e in California.

Il film è ambientato nelle splendide Hawaii, ma è stato girato anche in California, con un effetto eccezionale per quanto riguarda i panorami e le spiagge. Il direttore della fotografia è Jack N. Green, celebre per aver lavorato spesso con Clint Eastwood, mentre la scenografia è di Alan Au, che ha lavorato anche in un altro film con Adam Sandler, Cambia la tua vita con un click.
Le musiche vantano titoli come Every Breath You Take dei Police, Friday, I’m in dei The Cure e Another day del grande Paul McCartney; non mancano sonorità in tema con l’estate hawaiana e l’atmosfera ridanciana del film.

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Bravi attori e un simpatico tricheco.

Adam Sandler è il giusto concentrato di bravura e simpatia che caratterizza il veterinario Henry Roth: diventato celebre in lungometraggi quali Cambia la tua vita con un click e Io vi dichiaro marito e marito, Sandler ci fa ridere e commuovere da ottimo attore qual’è. Al suo fianco troviamo Drew Barrymore, che interpreta Lucy: ha lavorato nello storico ET nel 1982 e, più recentemente, in Duplex e Stanno tutti bene; simpatica e affascinante, l’attrice suscita tenerezza per la sua condizione di smemorata. Nel cast troviamo anche Blake Clark (veterano nella guerra del Vietman oltre che attore in Sabrina, vita da strega e Cold Case), il paziente padre di Lucy costretto a rivedere fino alla nausea Il sesto senso, regalo di compleanno della figlia, e Sean Astin (La guerra dei Roses e i vari Il signore degli anelli), il fratello culturista che eccede con gli anabolizzanti e con l’autostima. Da non dimenticare il tricheco ‘amico’ di Henry, che vive al Six Flags Marine World in California.

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Un film per la famiglia



Le polemiche per i chiari riferimenti alla droga non sono riuscite ad impedire il successo di questo film dove tutto combacia alla perfezione: trama, seppur fantasiosa, intreccio dei personaggi, bravi attori e musiche celebri. Il film ha anche portato fortuna alla squadra dei Red Sox di Boston che, dopo l’accenno della vittoria in una scena, hanno realmente vinto il Campionato mondiale del 2004. Brillante, divertente, tenero e profondo, questo film è adatto a tutta la famiglia per un’ora e mezza spensierata all’insegna di una storia che, se è inverosimile per certi versi, viene resa plausibile e piacevole grazie ad un’ottima sceneggiatura.

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127 Ore
Gen27

127 Ore

Pochi spettatori per un film di qualità
Se in USA l’incasso totale del film è stato di quasi 18 milioni di dollari, in Italia il primo week-end ha guadagnato solo 321 mila euro; eppure i commenti degli utenti, sui vari forum, sono entusiastici. Il film è abbastanza statico, con flashback inframmezzati alla terribile esperienza del protagonista, come sogni irreali. E’ difficile riuscire a creare suspense e trama in condizioni così ristrette, con un solo attore intrappolato da un macigno, eppure regia e sceneggiatura fanno miracoli. Il risultato è un film di qualità, profondo e tragico allo stesso tempo.

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Intrappolato in una gola del canyon
La storia è vera ed è quella di Aron Ralston, alpinista statunitense che nel 2003 rimase intrappolato sulle montagne dello Utah. Nel film, il protagonista parte alla spensierata ricerca di emozioni forti e genuine per quello che lui considera un semplice hobby: esplorare il canyon. Dopo il piacevole incontro con due coetanee, l’uomo ricomincia la sua esplorazione, fino ad addentrarsi in una gola che sarà il suo incontro col destino: la caduta di un masso, infatti, lo bloccherà per ben 127 ore, tra ricordi e allucinazioni. Solo alla fine troverà una soluzione che potrebbe costargli la vita.

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Dallo Utah con… claustrofobia
Scritto da Danny Boyle e Simon Beaufoy, il film si basa sul libro scritto dallo stesso Ralston ed è ambientato quasi esclusivamente nel canyon dove rimane intrappolato il protagonista; i luoghi sono quelli reali in cui si è svolta la storia, ovvero Moab e Salt Lake City nello Utah, zone brulle e aride. Anche il periodo di produzione è stato molto limitato, da marzo a giugno 2010. La scenografa, Suttirat Anne Lalarb, è famosa per aver lavorato in film quali Men in black 2 e The Milionaire e riesce a ricreare perfettamente l’atmosfera claustrofobica della gola in cui il malcapitato attore dà vita alle ore tragiche di Ralston. Se quest’ultimo è eccellente, anche il doppiatore italiano è all’altezza della situazione: si tratta di Massimiliano Manfredi che ha donato la voce in film eccellenti quali Il signore degli anelli e Pirati dei Caraibi ; curiosamente, è stato anche la voce di un altro protagonista intrappolato, Paul Conroy in Buried: sepolto.

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Pochi attori, tanto talento


James Franco ha lavorato in film celebri come Spiderman e Mangia, prega, ama, nonché in serie di successo quali X-Files e General Hospital. In 127 ore, si cala con maestria nei panni dell’uomo intrappolato, cogliendo tutte le sfumature di tragedia, speranza e comicità macabra che attraversano l’animo del malcapitato. I primi piani, i flashback e le allucinazioni di questo, trovano sul volto di James il perfetto connubio tra fato e realtà.
A parte lui, il resto del cast si riduce a ben poche persone, tra cui Kristi e Megan, le due esploratrici che Aron incontra prima della sfortunata caduta; interpretate rispettivamente da Kate Mara (I segreti di Brokeback Mountain e Iron man 2) e da Amber Tamblyn (The Ring e The grudge 2), le ragazze passeranno alcuni momenti spensierati con lui e faranno parte di molti dei ricordi felici che attraverseranno la mente del protagonista.
Nel cast ci sono anche i genitori di Aron (Treat Williams e Kate Burton).

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Sequenze profonde e altre… un po’ meno
L’ interpretazione di James Franco gli è valsa il premio come miglior attore all’Indipendent Spirit Awards 2011. La sua bravura distoglie l’attenzione dalle spesso troppo allucinatorie immagini che passano per la sua mente: inverosimile, ad esempio, quella in cui Aron vede il figlio che deve ancora concepire. Di contro, ci sono molti significati profondi in altre situazioni; il sole che si fa strada nella gola e arriva a scaldare l’uomo, è ricca di simbolismi positivi: anche in una situazione disperata può esserci una luce. Nell’insieme il film è godibile, anche se la musica esasperata durante certe sequenze può risultare fastidiosa e addirittura eccessiva. La scena madre, nella quale Aron fa l’estremo tentativo di liberarsi, pare abbia disturbato alcune persone più sensibili, ma è assolutamente plausibile e ci porta all’epilogo della storia.

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(500) Giorni Insieme
Gen27

(500) Giorni Insieme

Il regista Marc Webb esordisce coraggiosamente con “(500) giorni insieme)”, titolo originale (500) Days of Summer)  una pellicola fresca, leggera ma al tempo stesso intelligente, uscita nel novembre del 2009. Il lungometraggio ha il coraggio di rompere la tradizione e di uscire dagli stereotipi del genere della comedy romance, a cui comunque si riallaccia. Esso è stato presentato al Festival di Sundance, dedicato al cinema indipendente, Sole e Tom si incontrano, “Sarà il destino”, come pensa il romantico e sognatore Tom a far nascere la loro storia, oppure frutto della casualità come crede la più realista e disincantata Sole? Tra alti e bassi, la loro relazione fatta di complicità e affinità elettive sempre a cavallo, traballante, tra un’amicizia particolare e un sentimento vicino all’amore, porterà i due protagonisti a cambiare le reciproche idee sui sentimenti e forse persino la loro visione della vita.

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Trama

Tom è architetto ma lavora presso una casa editrice ed è redattore di biglietti di auguri, Sole è la nuova segretaria della casa editrice dove lavora il primo, una ragazza come tante, afferma il film ironicamente, nella “media” tutto sommato,  ma che lo farà innamorare. A differenza delle sue coetanee  Sole infatti non crede nell’amore, rivendica orgogliosa la sua libertà, è una ragazza stralunata e ribelle e questo disorienterà non poco il povero protagonista. Fanno da contorno i commenti ed i consigli dei suoi amici, tra romanticismo e battute esilaranti.

Cast

L’eterea e stravagante Zooey  ed il ragazzo della porta accanto, Joseph Gordon Levitt,  sono perfetti nei ruoli che interpretano.  La Deschanel è adattissima nei panni della nella ragazza acqua e sapone ma molto naif, in cui si cala nella pellicola.

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Scenografia

Il film tra citazioni cinefile, musicali e la colonna sonora continua degli Smith, dei Beatles e “Sweet  Disposition” dei The Temper Trap, tanto da arrivare a strizzare l’occhio al musical in molte scene, è incredibilmente stimolante con tutti i suoi riferimenti ma lo fa senza appesantirci, anzi un tantino sopra le righe. “(500) giorni insieme)” è un film per tutti,  che tuttavia sa sorprenderci piacevolmente.

Conclusione

Un amore fatto di iPod, confidenze, sogni ancora immaturi, di ciò che si vorrebbe diventare, costruendo la propria casa immaginaria nel negozio dell’Ikea, di un sentimento non commerciale insomma, che rifiuta quanto più di scontato c’è nei film. Qui è l’uomo la vittima, ed il suo carnefice, Sole invece,  ci intenerisce per il suo candore. “Cos’è l’amore?” ed “esiste davvero il destino?”, sono le domande che ci poniamo alla fine, ma fortunatamente “in amore ed in guerra tutto è lecito” come recita il proverbio, così anche dopo un’amara delusione sentimentale, che da giovani è tollerabile, Tom si ricostruisce a poco a poco, mettendo anche in discussione la propria vita e stabilendo un equilibrio più consono alle sua aspirazioni.

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