Bruno
Ago19

Bruno

Non c’è due senza tre

 

E’ terrificante, irriverente, devastante, esilarante, scioccante, vietato ai minori, e vietato anche ai maggiori. Dopo il “grande successo” di Borat, ritorna il nostro Kazako preferito, dove lascerà giacca e cravatta (e tanta voglia di donna) per vestire i panni di un modello gay. Ad accompagnarlo, o meglio, a dirigerlo in quest’impresa sarà ancora Larry Charles (regista di Borat e Religiolus).
Un film che tocca gli argomenti di maggior interesse mondiale: omosessualità, conflitti esteri, riscaldamento globale, razzismo, materialismo, religione, aggiungendo una vena comico/demenziale come solo lui sa fare.

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L’immagine provocante che anticipò l’uscita del film

 

Le vie della moda sono spesso tortuose

 

Brüno sposa il tipico stereotipo della moda: abiti improponibile, e una tendenza all’omosessualità. Passa la vita tra un vestito e l’altro, condividendo momenti mooolto intimi con l’amico pigmeo (dove non si risparmiano di certo scene esilaranti, quanto imbarazzanti), inoltre conduce un programma televisivo non proprio ortodosso. Una vita tutto sommato “normale” per il nostro austriaco (da notare la dieresi nel nome, e la pronuncia italianizzata), ma pronta a cambiare rapidamente, dalle stelle alle stalle; la fine che nessun modello vorrebbe mai fare. E sarà proprio così che, durante un incidente in scena, verrà cacciato dall’emittente e deciderà di emigrare in America, per iniziare la sua nuova vita, ma ben presto scoprirà di essere un pesce fuor d’acqua, e tenterà in tutti i modi di cambiare, arrivando ad adottare persino un figlio.

 

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D&G!?!?!?!?!?!?

 

Scene talmente assurde da sembrare vere

 

Dai palchi austriaci ai set americani, Brüno si troverà ad affrontare le passerelle, gli studi televisivi e le chiese (nonchè i suoi appartamenti privati). Ovviamente in ogni luogo spunterà il lato Borat della situazione. Momenti irriverenti, che non potrebbero mai succedere nella vita reale, si fanno spazio e colpiscono direttamente chi guarda il film, lasciandolo a metà tra lo stupore e la risata. Il punto forte del film però è espresso nell’atteggiamento e nel look del protagonista. Vestiti talmente alla moda da essere anni luce nel futuro, improponibili al vedersi (come il celebre abito di plastica trasparente), uniti alle movenze gay del personaggio, che lo rendono ancora più credibile.

Un buon lavoro è stato svolto dal doppiaggio, il quale ha fatto in modo di dare al personaggio la tipica voce da tedesco italianizzato, spesso usata dai giovani nelle imitazioni.

La colonna sonora di questo film contiene tracce di AC/DC, Celine Dion, Village People, e lo stesso Sacha Baron Coen, che si improvviserà artista, soprattutto nella canzone finale, con la quale mieterà di risate altre vittime.

 

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Un tipico vestito per servizi fotografici

 

Un attore poliglotta

 

Dopo il Kazako Borat e il rapper Ali G, Sacha Baron Coen è l’unico attore in grado di apprestarsi a questo ruolo. E’ difficile trovare una persona in grado di recitare in modo così serio e convinto, anche dopo ogni disastro (per quanto sia vero o architettato). Di sicuro la scelta di Larry Charles di sviluppare questo film si è rivelata azzardata, seppur il precedente titolo fosse un successo (e sia di fama, che di critica). Però viene riconosciuta alla coppia l’abilità di mascherare argomenti di attualità mondiale sotto a delle gag più o meno coinvolgenti che siano.
Ad accompagnare Brüno nel suo viaggio ci saranno Gustaf Hammarsten (piccole parti in altri film), il secondo assistente, nonchè colui che pende di più dalle sue labbra, e lo accompagnerà alla scoperta dell’America (e non solo dell’America). Clifford Banagale (piccole parti in altri film) si darà invece da fare come compagno di “giochi” per il protagonista, oltre che come primo assistente.

 

In conclusione…

 

Come avrete capito, sia dalla recensione che dal trailer, è un film adatto a pochi, ma suitabile per molti. Se Borat vi è piaciuto, Brüno vi poacerà almeno il doppio. Resta da chiedersi se le gag sono studiate, o sono realmente accadute, ma questo resterà un mistero. Un film da non vedere con bambini piccoli (ci sono alcune scene inquietanti e soprattutto non censurate), ma ideale per farsi quattro sane risate.

Ziete pronti a federe film bello di uomo? Mio nome Brüno, vi amo tutti.

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Bride Wars
Lug28

Bride Wars

Torna la più classica delle commedie Americane

Dal regista Gary Winick (la tela di Carlotta), arriva sul grande schermo l’ennesima commedia comico/sentimentale in pieno stile americano, in un film che vi farà sorridere, rattristare e riflettere.
La storia di due ragazze unite da sempre, ma sull’orlo della separazione.

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Da migliori amiche a… migliori nemiche

Liv (Kate Hudson) e Emma (Anne Hataway) sono migliori amiche fin dall’infanzia, da quando le rispettive madri le portarono all’Hotel Plaza a prendere il tè. Quel giorno videro il matrimonio più bello del mondo, e da allora condividono sia una forte amicizia, che lo stesso sogno: sposarsi in quello stesso posto in giugno, e una farà da damigella d’onore all’altra, il sogno di ogni ragazza americana.

Ma qualcosa, come si può presumere, va storto, e le date di matrimonio delle due donne coincideranno. Sarà l’inizio di una guerra basata su dispetti, false voci e qualsiasi altro mezzo al solo scopo di vincere l’unico giorno del mese disponibile per le nozze.

Sarà sufficiente un mese, prima del grande giorno, per conquistare il diritto della sala e, soprattutto, per distruggere anni di grande amicizia?

 

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La New York moderna, pura e semplice.

Il film è ambientato a New York, nel 2009 (anno di uscita del film), della quale possiamo facilmente riconoscere il Central Park e il Plaza Hotel, punti fondamentali del film. Ogni scena è girata in ambienti reali, e il tutto provvede a fornire uno squarcio della vita d’oltreoceano.

Impeccabile la colonna sonora, che si “sposa” perfettamente con questo film, e in cui figurano artisti quali Duffy, Wagner e Vivaldi.

Il doppiaggio finale è ottimamente riuscito ed efficace, donando le giuste voci ad ogni personaggio in modo molto naturale.

Cast

Kate Hudson – Liv (vista in “Tu, Io e Dupree”) veste i panni di un’impiegata in un importante ufficio di New York, dove assumerà in seguito il ruolo di dirigente, e tra lavoro e matrimonio si ritroverà impegnata fin sopra i capelli (dei quali ad un certo punto vorrà pure separarsene). È da sottolineare quanto questa attrice calzi perfettamente questo ruolo, possedendo la stoffa del capo, ma anche la dolcezza di una fidanzata/amica.

Anne Hataway – Emma (la regina Bianca di “Alice in Wonderland”) si trova perfettamente a suo agio nei panni di una cittadina presa dai sogni; dipende quasi costantemente dalla sua amica, nonostante risultino caratterialmente agli antipodi.

Un ruolo di spalla è dato all’attrice Kristen Johnston (“Sex and the City” – “E.R.”), in cui interpreta l’amica che nessuno vorrebbe, ma che si rende disponibile come ultima spiaggia; in qualche modo potremmo definirla una sorta di aiutante magico.

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Conclusione

Una pura e semplice commedia americana, dove le due protagoniste sanno tirare fuori il meglio di loro, sia come amiche, che come nemiche.

Vengono inoltre alternati momenti di risate a momenti di riflessione, in modo da far capire alla persona che vede il film quanto importante possa essere l’amicizia, e quale preferire tra quest’ultima e l’amore. Ideale da vedere con la propria migliore amica, o col proprio fidanzato, che di sicuro si saprà riconoscere nei due neosposini.

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Big Fish – Le storie di una vita incredibile
Giu24

Big Fish – Le storie di una vita incredibile

Un incredibile viaggio nell’universo fantastico di Tim Burton

Ancora una volta Tim Burton riesce a creare una delicata fiaba ambientata in un universo di giganti, creature fantastiche, streghe e inventori di storie incredibili, mescolando una trama reale e un intreccio immaginario dove non si sa cosa sia vero e cosa non lo sia. “A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Esse continuano a vivere dopo di lui, e così egli diventa immortale”: questa volta il geniale regista, creatore di Nightmare Before Christmas, sembra davvero esserne convinto e riesce a condurre lo spettatore, attraverso un incantevole viaggio attraverso la vita del protagonista, alla stessa convinzione, commuovendolo con una storia indimenticabile.

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Edward Bloom: ingenuo e geniale inventore di fiabe

Edward Bloom è una persona dotata di particolare inventiva e ambizione ed è il narratore onnisciente della sua vita, ma spesso non si riesce a comprendere quali parti della sua storia siano reali e quali siano frutto della sua bizzarra fantasia. Così, suo figlio Will, che non sopporta la mancanza di serietà del padre, decide di giungere alla verità, per tentare di recuperare il rapporto con lui, ormai vecchio e malato. Ripercorrendo con i racconti la sua vita, Edward narra dell’ incontro con sua moglie Sandra, della nascita di suo figlio e dello strano rapporto con personaggi e luoghi sempre più stravaganti, nati dal desiderio di rendere la sua vita e quella degli altri meno noiosa e più ricca di sogni e aspettative. Ma fino a quando le illusioni possono essere positive e quando poi iniziano a condizionare il rapporto con le persone che ci sono vicine?
Will è convinto che suo padre sia un ipocrita, incapace di assumersi le responsabilità della famiglia ma, in un viaggio a dir poco inverosimile, capirà che, per apprezzare davvero la vita, bisogna avere il coraggio di immaginarla e inventarla storia dopo storia, avventura dopo avventura.

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Incantevoli cornici fanno da sfondo al viaggio onirico del protagonista

Ogni episodio, da quello del gigantesco Karl o delle gemelle siamesi Ping e Jing a quello del licantropo Amos o della strana cittadina di Specter, è collocato in una cornice dipinta dalla creatività di Burton, un genio visionario capace di rendere fatato ogni particolare. Scenari circensi, laghi onirici, allegoriche moire con occhi di vetro e giardini tappezzati di asfodeli sono la prova tangibile di quanto questo regista completamente folle possa giocare con il cinema fino a condurci a comprendere il senso più intimo della fantasia e dell’immaginazione (intesa come evasione dal grigiore della realtà quotidiana).

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Cast spettacolare e colonna sonora fiabesca

In quello che può considerarsi (e che tuttora resta) il film più maturo del regista gotico per eccellenza, il cast è spettacolare almeno quanto la scenografia o la bellissima colonna sonora composta dal fedelissimo Danny Elfman: Ewan McGregor e Albert Finney interpretano magnificamente il ruolo di Edward Bloom rispettivamente da giovane e da vecchio,  affiancati da Alison Lohman e Jessica Lange nei panni di Sandra e da Helena Bonham Carter, Danny De Vito e Steve Buscemi  in ruoli secondari.

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Il necessario piacere delle illusioni

Big Fish è un viaggio nei sogni e nelle fantasie per arrivare ai luoghi più celati dell’anima, per comprendere cosa ci sia al di là delle creazioni della mente, dietro il bisogno di rendere immortale la propria esistenza.  “Il più solido piacere di questa vita è il piacere vano delle illusioni” disse una volta un poeta, dando un’efficace definizione del bisogno dell’uomo di circondarsi di sogni ed Edward Bloom, perfetto esempio di ingenuo sognatore, è il personaggio più autobiografico che Burton abbia mai creato: con lui e con i suoi racconti, uno dei migliori registi dei nostri tempi, ha davvero conquistato una fetta di immortalità tra le stelle del cinema.

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Benvenuti al Nord
Giu14

Benvenuti al Nord

Nuova Box office per il weekend appena passato.

Come era prevedibile, la coppia Claudio Bisio/Alessandro Siani sbaragliano la concorrenza con il loro Benvenuti al Nord che ha accumulato la bellezza di quasi 10 milioni di euro in pochissimi giorni.
Dietro di loro abbiamo la vampira Selene con il suo Underworld – Il Risveglio che ha incassato appena un milione di euro mentre gli Immaturi di Immaturi il viaggio  sono riusciti a  guadagnare altri 900 mila euro arrivando così a un totale di quasi 11 milioni di euro.

Alberto e Mattia sono in crisi con le loro rispettive mogli. Il primo cerca di riaccendere la fiamma dell’amore comprando una seconda casa in montagna, il secondo, viene abbandonato dalla moglie perchè incapace di trovarsi un lavoro che le dia stabilità.

 
Genere: Commedia
Film diretto da Luca Miniero con Claudio Bisio e Alessandro Siani

 

 

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A History of Violence
Mag18

A History of Violence

Sequenza introduttiva e trama

Due uomini in un’auto davanti ad un motel; il più giovane rientra, per prendere dell’acqua prima di ripartire, e vede una bambina, probabilmente la figlia dei proprietari, in piedi dinnanzi ai cadaveri insanguinati dei genitori. L’uomo le si avvicina, le sorride, il campo si allarga: da dietro la schiena, mette mano alla pistola.

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Tom Stall è il proprietario di una tavola calda nella piccola e tranquilla cittadina di Milbrook, nell’Indiana, dove vive con la moglie Edie, avvocatessa, il figlio adolescente Jack e la figlia minore Sarah. Scene di quotidianità ci mostrano un matrimonio felice e una famiglia ideale, perfetta in modo quasi irrealistico.
Una sera, all’ora di chiusura, nel diner di Stall entrano i due succitati uomini, inscenano una rapina e minacciano di uccidere la cameriera, Charlotte. La violenza torna fulminea in scena, il marito perfetto e amorevole padre Tom Stall rompe il bricco del caffè sulla faccia di uno dei rapinatori, salta oltre il bancone, afferra l’arma che questi aveva lasciato cadere e conficca quattro colpi di pistola nel petto dell’altro uomo, mentre il primo, finito in terra, ma nuovamente in sé, sfodera un coltello e ferisce il protagonista ad un piede, per poi ricevere un proiettile in testa e morire riversando le proprie cervella sul pavimento rosso di sangue. La regia è cruda, eloquente, la brutalità nuda, la violenza divampa e si consuma in un momento.
Tom Stall è ora un eroe locale e il suo volto compare in televisione. Il bagliore di notorietà guiderà a Milbrook lo sfregiato Carl Fogarty (gangster della mafia irlandese di Philadelphia), che è convinto di riconoscere in lui il traditore Joey Cusack, sparito dal giro.

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La violenza protagonista

Cronenberg stesso lo conferma: il film si presenta come una rivisitazione dell’abuse movie hitchcockiano, dove un uomo apparentemente innocente viene dapprima molestato e perseguitato da uomini violenti, per poi essere egli stesso coinvolto in un vortice di sangue che minaccia la sua identità, oltre che la sua vita e quella dei suoi cari.
La violenza corrompe il rassicurante Tom Stall e si riversa, contaminandolo, nel nido concreto che egli aveva creato; essa infonde il sospetto nella mente della moglie, che sembra ora accorgersi di non conoscere il passato dell’uomo che ama, insidia la piccola Sarah, che viene usata da Fogarty per avvicinare Edie e spaventarla, contagia perfino il pacifico figlio Jack, che, vessato da un bullo, lo affronta e lo gonfia di pugni nei corridoi del liceo.
Questa sanguinosa protagonista affiora allo schermo emergendo dall’animo come una dirompente macchia cremisi; è un’ombra insita nella natura umana, è propria del suo lato istintivo.
Joey Cusack la conosce profondamente, e, sebbene abbia cercato di sopprimerla, di voltarle le spalle, di rinunciarvi, sebbene sembri essere riuscito a celare il proprio passato di violenza, questa lo trova e lo raggiunge inesorabile, permeando, attraverso di lui, il quieto mondo degli Stall.

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La qualità della realizzazione



Girato a partire da una sceneggiatura non originale (basata sull’omonimo romanzo grafico di John Wagner e Vince Locke), A History of Violence è un prodotto difficile da catalogare, che, come ogni film di Cronenberg, va ad attingere da più di un genere: il risultato è un amalgama d’autore con elementi western, noir e thriller.
La scenografia è convincente, minuziosamente curata (Cronenberg è, per sua stessa ammissione, un maniaco dei dettagli), pervasa, però, da una qual certa sobrietà (la sua arte si presenta, qui, certamente più matura che in passato, riconoscibile, certo, ma scevera delle esasperazioni pur apprezzabili del suo passato). Le musiche, composte da Howard Shore, sono convenzionali, ma purtroppo prive dei benefici che la consuetudine solitamente conferisce, risultano dunque di efficacia incerta e scivolano facilmente in secondo piano.
La recitazione è, complessivamente, di ottimo livello: di Ed Harris non si può dir nulla di male, quasi lo stesso vale per Viggo Mortensen, che, con quella maschera statica, che alcuni tacciano di scarsa espressività, riesce a rendere in modo eccellente l’ambiguità del suo personaggio; Maria Bello (E.R.; Secret Window – 2004) si dimostra capace, e contribuisce enormemente alla buona resa del rapporto turbato tra i coniugi Stall; a tratti poco efficace Ashton Holmes, e il doppiaggio non l’aiuta affatto. Cameo finale del talentoso William Hurt.

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Conclusione

Pellicola breve, che colpisce, e che segna una sorta di distacco, per il regista, dallo stile visuale deflagrante che ben ricordiamo. Con le sue inquadrature taglienti, che ci mostrano le immagini di una realtà angosciosa quanto verosimile, questa storia di violenza affonda le proprie radici nella finzione del sogno americano, e i denti nella fragilità dell’ordinario.

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Benvenuti a Zombieland
Mag02

Benvenuti a Zombieland

L’affollatissima terra degli Zombie

Il filone degli Zombie Movies è certamente prolifico, quasi ridondante a dire il vero, ed è sempre un gradito piacere, soprattutto per l’aficionado, quando dalla massa delle produzioni clone si distingue una pellicola che, per una ragione o per l’altra, incanala l’interesse.
La domanda che è quindi lecito porsi, soprattutto conseguentemente al grande seguito di fan che Zombieland (o Benvenuti a Zombieland, come il pessimo adattamento italiano del titolo enuncia) ha saputo ritagliarsi, è se quest’opera abbia o meno le carte in regola per rivoluzionare un genere che, endemicamente di serie B, spesso non fa altro che ripetere a memoria la stessa filastrocca.

Che il regista Ruben Fleischer sia riuscito a confezionare una pellicola dal buon tasso di intrattenimento, diciamolo fin da subito, è innegabile: Zombieland è una scatola contenente tutti i gustosi ingredienti del genere, che strizza continuamente l’occhio all’appassionato e più in generale, scorre senza difficoltà e intoppi fino ai titoli di coda. Può bastare tutto ciò a farsi ricordare? Vediamolo insieme.

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Cadaveri ambulanti, guide di sopravvivenza e un Hummer giallo

Il film si apre in modo piuttosto inusuale, a infezione avanzata: la terra è devastata dalla piaga dei morti viventi e i pochi sopravvissuti sono ridotti a una vita nomade, sull’orlo dell’estinzione.
Columbus (Jesse Eisenberg) è un giovane geek che proprio grazie alle sue piccole nevrosi e alla sua metodicità quasi maniacale, ha stillato un complesso ed efficace sistema di regole comportamentali per la sopravvivenza agli zombie, al quale si attiene scrupolosamente.

La meta del ragazzo è rappresentata dalla sua città natale Columbus (nella pellicola ci si riferisce a tutti i personaggi con il nome del proprio luogo di origine, come usanza tra i militari nelle zone di guerra), nella quale spera di riunirsi con la propria famiglia; la irragionevole ricerca di una meta autoimposta, evidentemente irraggiungibile, è il tratto che più lega i personaggi del film, rendendoli stranamente credibili pur nella cornice surreale, giocosa e scanzonata che è Zombieland: a seguito di un incidente d’auto Columbus incontra Tallahassee (Woody Harrelson), un individuo poco equilibrato la cui ricerca morbosa degli ultimi dolcetti Twinkie rimasti in America nasconde in realtà una insanabile ferita.
Per la prima volta trasgredendo a una delle proprie regole, Columbus unisce le proprie forze con quelle di Tallahssee, che si offre di dargli un passaggio sulla propria auto. La ricerca dei Twinkie trascina però i due uomini in un centro commerciale abbandonato, nel quale incontrano le sorelle Wichita (Emma Stone) e Little Rock (Abigail Breslin) le quali, con un trucco, rubano auto e armamenti alla coppia.

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Acchiappafantasmi tra gli Zombie

Perché se è vero che Zombieland trae la sua forza non solo dagli stilemi del genere, ma anche e soprattutto dal piacere per la citazione, per l’impastare e il rimaneggiare un immaginario conosciuto, è anche vero che lo fa a tratti con poco coraggio e crogiolandosi nella propria chiarezza di idee riguardo cosa desidera il suo pubblico, senza il desiderio di stupire veramente, ma abusando quasi del fan service per compiacere lo spettatore.
Di fatto il più alto picco della pellicola è senza dubbio il cameo di Bill Murray, che nella parte di sé stesso ospita i protagonisti nella sua opulenta villa. La trovata risulta genuinamente sorprendente e riesce pienamente nell’intento di strizzare l’occhio al pubblico ideale del film, tributando alla cultura pop anni ottanta tutto l’amore di cui il film è permeato.

Il resto del sapore ricercatamente cult di Zombieland è dato dai piccoli tocchi di ingegno come le citazioni alla cultura popolare americana (Hannah Montana in primis), dal continuo rimando agli archetipi del genere (il piacere decadente di avere libero accesso a un supermercato abbandonato, la fanciullesca importanza di uccidere gli zombie nel modo più spettacolare possibile), e in generale da un metodo per affrontare il tema marcatamente geek: in tal senso la scelta del protagonista risulta oculata.

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Tutti gli ingredienti giusti

Il giovane cast del film riesce abilmente a delineare le psicologie dei personaggi, grazie anche a una regia chiara e mai scontata. Un plauso particolare va a Eisenberg, che diventa un protagonista accattivante e fragile, per il quale è impossibile non tifare nonostante i risvolti troppo dolciastri delle ultime battute.
Meno soddisfacente la performance di Abigail Breslin, che interpreta il personaggio probabilmente meno interessante della pellicola con poco trasporto, complice anche la non spiccata caratterizzazione della sua sceneggiatura.

Il make up e gli effetti sono funzionali e ricercatamente gore con alcune note interessanti soprattutto nella prima metà, con rallenty estremi durante le morti più intense, o la straniante comparsa delle regole di Columbus a schermo. Ottima anche la colonna sonora, che spazia dai Metallica, a Paul Anka, passando persino per Hank Williams.

Il culto degli Zombie

Uscendo dal cinema (spegnendo il DVD Player per quanto riguarda l’Italia, in quanto il film verrà distribuito solo per il circuito Home Video), è difficile non apprezzare i novanta minuti circa appena trascorsi: il film è divertente, ben confezionato e se si è appassionati di un certo genere di cinematografia è molto difficile non sentirsi appagati per le continue strizzate d’occhio che la pellicola ci riserva.

Permane tuttavia un certo senso di perplessità: si poteva innegabilmente osare molto di più. Sarebbe bastato spingere quella vena di assurdo, di surreale un pò più in la, si poteva giocare col media, con i cliché, col genere ben più di quanto sia stato fatto. Come detto, l’impressione è che Zombieland si sia posto come obiettivo quello di compiacere, abbia lavorato solo in funzione di potersi appuntare al petto la coccarda di Cult senza mai rischiare, sicuro dell’utenza a cui si destinava il prodotto e della sue ben precise aspettative.

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Alice in Wonderland
Apr11

Alice in Wonderland

Tutti i migliori sono matti

Dopo i grandi successi di “Edward mani di forbice”,  “Nightmare before Christmas” , “La Fabbrica del cioccolato” e “Sweeney Todd”,  Tim Burton ritorna nel 2010 con l’attesissimo Alice in Wonderland. Il film non è un remake dei fatti narrati nei romanzi di Lewis Carroll “Le Avventure di Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio è quel che Alice vi trovò”, ma bensì un seguito tutto nuovo dove ritroviamo la protagonista, interpretata da Mia Wasikowska, ritornata per la seconda volta nel Paese delle Meraviglie all’età di diciannove anni.

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Che differenza c’è tra un corvo ed una scrivania?

Alice Kingsley, non ricorda più nulla delle sue avventure nel Paese delle Meraviglie. Dopo la prematura scomparsa  del padre, viene invitata ad una festa che diverrà una pubblica proposta di matrimonio avanzatale da un lord inglese, Hamish Ascot. Durante la festa, prima della proposta, La protagonista decide di inseguire uno strano coniglio bianco (il Bianconiglio). Il roditore la distrae, allontanandola dal luogo della festa  buttandosi in un grande buco ai piedi di un albero. La ragazza, in preda alla curiosità, si sporge per vedere dove questo varco porti e vi piomba dentro perdendo l’equilibrio; dopo una sfortunata caduta, si ritrova in una stanza bizzarra, fatiscente ma ben arredata, al centro della quale si trova un tavolino con su una chiave e una strana fialetta che recita “bevimi”, e sotto il mobile, un dolcetto con su scritto “mangiami” e una piccolissima porta come unica via d’uscita.

Al ritorno nel Paese delle meraviglie , incontrerà subito il Bianconiglio, il Ghiro, il Dodo, Pancopinco e Pincopanco che parlano di lei come di una salvatrice, chiamando il paese delle Meraviglie “Sottomondo”. Alcuni di questi appaiono però perplessi e non riconoscono in lei la vera “Alice”. Nel dubbio, il gruppo si reca dal Brucaliffo, il quale possiede una pergamena denominata Oracolum, che riporta dei disegni che illustrano il destino di Alice, cioè uccidere il Ciciarampa nel Giorno gioiglorioso, un mostro sanguinario al servizio della Regina di Cuori o Regina Rossa, ma il bruco non è nemmeno sicuro che la ragazza “prelevata” dal Bianconiglio sia la vera “Alice”. Insomma, il “Sottomondo” versa in una condizione critica e ha bisogno di una eroina in grado di far tornare “gloriosi” i giorni di delirio.

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Una terra colma di meraviglie, mistero e pericolo

Per ricreare lo splendido e decadente Paese delle Meraviglie, La Sony Pictures ImageWorks ha concorso al progetto per produrre gli effetti visivi. Finite le riprese dal vivo, molte sequenze sono state rieditate in performance capture, tecnica con la quale gli attori possono impersonare personaggi animati in modo fotorealistico (come fatto per il fenomeno tecnico Avatar). Durante la post-produzione le scene girate in tecnica tradizionale sono state convertite in tridimensionale, un processo chiarito come una strategia per risparmiare denaro così da rientrare nel bilancio, e per ottenere maggiore controllo nel montaggio e nella conversione del materiale. Personalmente credo che la qualità del tridimensionale in questo film non sia eccelsa, ma comunque azzeccata in quanto dona profondità alle immagini, pur essendo un “mezzo 3D”. In molte situazioni  sono solo i fondali o, viceversa, solo i personaggi ad essere renderizzati in tre dimensioni. Probabilmente non ha avuto così tanto spessore (ma comunque è gradevole) in quanto è stata data la precedenza al motion capture, che rende i personaggi di Alice tutti tanto anomali e insoliti quanto spettacolari e realistici. Il “sottomondo” è ricreato in atmosfera antica, dominato costantemente da colori tutt’altro che accesi e da filtri  freddi che rendono le ambientazioni  adatte alla situazione in cui versa il mondo fantastico. Il paese delle meraviglie è dominato da boschi e giardini trascurati dove le erbacce crescono a dismisura, da stagni in cui insetti e rane dominano il silenzio tombale, il cielo è ricoperto da grandi e minacciose nuvole cariche di pioggia in attesa del “Giorno gioiglorioso” dove tutto cambierà.

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Un cast di completi pazzoidi

Il cast è ricco di grandi attori. Il primo ad essere citato (in ordine di importanza) credo debba essere proprio lui: il cappellaio matto interpretato dal mitico Johnny Depp e, dalle sue dichiarazioni, si evince gran entusiasmo nell’interpretare questo ruolo. Alice è interpretata da Mia Wasikowska, Helena Bonham Carter è Iracebeth, la Regina Rossa, famosa anche per  le splendide recitazioni in “Fight Club” e “Sweeney Todd” nonché moglie del regista Tim Burton. Gli altri attori principali sono Anne Hathaway, la bellissima Regina Bianca, Michael Sheen , il Bianconiglio, Alan Rickman , il Brucaliffo, Stephen Fry, lo stregatto, Matt Lucas, interprete di entrambi i gemelli e Crispin Glover, il fante di cuori.

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Siamo tutti matti?

Alice in Wonderland tuttavia tradisce le aspettative di chi credeva potesse stupire. Personalmente penso sia stata data eccessiva importanza ai grandi “nomoni” (alludo al cast) trascurando i dettagli scenici, e che quindi ciò abbia messo in ombra la trama vera e propria. Il film ha un inizio molto buono per poi sfociare nel banale. Mia Wasikowska dà un’ottima interpretazione di Alice e si cala perfettamente nel ruolo della ragazza anticonformista e spaesata nel mondo fantastico. A sorpresa, meno buona la recitazione di Depp e di Helena Bonham nel ruolo della Regina Rossa: infatti danno un senso di “caricatura” ai loro personaggi non conforme alla situazione. La pellicola di Burton appare ad un certo punto scontata e porterà l’eroina Alice addirittura ad indossare un’armatura e ad impugnare una spada. Insomma, un film accettabile ma un po’ ordinario ed inadeguato. Un mezzo plauso alla realizzazione tecnica che pur sfruttando al 50% il 3D, è capace di regalarci bellissimi paesaggi decadenti e personaggi  tanto originali quanto dettagliati. E’ possibile che  tutta questa tecnologia fuori dalla norma abbia confuso un po’ troppo le idee a quel geniaccio di Burton e alla sua compagnia formata da grandissimi attori. Consigliato comunque, ma non imperdibile. Segnaliamo inoltre un gioco di slot machine che ispirato proprio al film e chiamato “Alice in Wonderslots”, molto bello graficamente e divertente da giocare. Puoi trovare una versione gratuita di questo gioco all’indirizzo http://www.richslots.it.

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Bastardi Senza Gloria
Apr04

Bastardi Senza Gloria

Ogni uomo sotto il mio comando mi dovrà cento scalpi di nazisti. E io voglio i miei scalpi!

Quentin Tarantino si misura con la Storia e riscrive la Seconda Guerra Mondiale. Dal 2009 a oggi, Bastardi Senza Gloria ha mietuto consensi di pubblico e critica un po’ ovunque, conquistando anche Oscar e Palma d’Oro per l’interpretazione di Christoph Waltz. Cast brillante, sequenze da manuale e intellettualismo cinematografico riconfermano il genio visivo e narrativo del regista americano.

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Bastardi Senza Gloria

Nella Francia occupata dai nazisti, il Colonnello Hans Landa (Christoph Waltz) è uno spietato cacciatore di Ebrei con il compito di stanare gli ultimi rifugiati nei territori tedeschi. Durante le sue ricerche, Landa si lascia scappare Shosanna, giovane ebrea miracolosamente scampata al massacro della propria famiglia. La ragazza riuscirà a rifugiarsi a Parigi, dove gestirà un cinema con una nuova identità. Nel frattempo, il Tenente Aldo Raine (Brad Pitt) sta reclutando un gruppo di soldati ebrei per penetrare dietro le linee tedesche e massacrare i propri nemici. Il Tenente Raine e i suoi Bastardi entreranno in contatto con l’attrice-spia Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger), per tentare di eliminare i vertici del comando nazista e porre fine alla guerra. E il destino li porterà proprio da Shosanna.

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Forma & Contenuto

Tarantino affina e riconferma le proprie qualità registiche. Se nei suoi precedenti lavori poteva ravvisarsi una certa vacuità intellettuale, con i Bastardi la narrazione solida e il disegno deciso dei personaggi fanno del film un vero gioiellino. Come al solito, il citazionismo è spiattellato in faccia allo spettatore, spinto così eccessivamente che la stessa sala cinematografica diventa strumento e parte integrante della narrazione. Dove si può riscrivere la Storia se non al cinema? Citazioni e riferimenti, uniti a una mano sapiente dietro la camera, accurata, scrupolosa, da manuale. Chiunque voglia fare regia dovrebbe prendere appunti da almeno due scene: il primo capitolo e il gioco nello scantinato con il conseguente mexican stand-off. Attingere dai canoni classici, rivoltarli e fare qualcosa di nuovo. In questo, Tarantino c’è riuscito perfettamente.

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Lo vedo? Non lo vedo?

Il Tenente Raine guarda in camera e afferma: Questo potrebbe essere il mio capolavoro!. Tanto dovrebbe bastare per convincervi a guardarlo. E in effetti, nell’intera filmografia del regista, Bastardi Senza Gloria è senza dubbio l’opera più matura. Un consiglio: il film gioca molto sulla conoscenza della lingua straniera da parte dei protagonisti, quindi (se potete) godetevelo con l’audio originale. Non solo vi beccate Brad Pitt che imita Marlon Brando, ma anche il pessimo tentativo dei Bastardi di spacciarsi per cineasti italiani.

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