Alice in Wonderland
Mar17

Alice in Wonderland

Tutti i migliori sono matti

Dopo i grandi successi di “Edward mani di forbice”,  “Nightmare before Christmas” , “La Fabbrica del cioccolato” e “Sweeney Todd”,  Tim Burton ritorna nel 2010 con l’attesissimo Alice in Wonderland. Il film non è un remake dei fatti narrati nei romanzi di Lewis Carroll “Le Avventure di Alice nel paese delle meraviglie” e “Attraverso lo specchio è quel che Alice vi trovò”, ma bensì un seguito tutto nuovo dove ritroviamo la protagonista, interpretata da Mia Wasikowska, ritornata per la seconda volta nel Paese delle Meraviglie all’età di diciannove anni.

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Che differenza c’è tra un corvo ed una scrivania?

Alice Kingsley, non ricorda più nulla delle sue avventure nel Paese delle Meraviglie. Dopo la prematura scomparsa  del padre, viene invitata ad una festa che diverrà una pubblica proposta di matrimonio avanzatale da un lord inglese, Hamish Ascot. Durante la festa, prima della proposta, La protagonista decide di inseguire uno strano coniglio bianco (il Bianconiglio). Il roditore la distrae, allontanandola dal luogo della festa  buttandosi in un grande buco ai piedi di un albero. La ragazza, in preda alla curiosità, si sporge per vedere dove questo varco porti e vi piomba dentro perdendo l’equilibrio; dopo una sfortunata caduta, si ritrova in una stanza bizzarra, fatiscente ma ben arredata, al centro della quale si trova un tavolino con su una chiave e una strana fialetta che recita “bevimi”, e sotto il mobile, un dolcetto con su scritto “mangiami” e una piccolissima porta come unica via d’uscita.

Al ritorno nel Paese delle meraviglie , incontrerà subito il Bianconiglio, il Ghiro, il Dodo, Pancopinco e Pincopanco che parlano di lei come di una salvatrice, chiamando il paese delle Meraviglie “Sottomondo”. Alcuni di questi appaiono però perplessi e non riconoscono in lei la vera “Alice”. Nel dubbio, il gruppo si reca dal Brucaliffo, il quale possiede una pergamena denominata Oracolum, che riporta dei disegni che illustrano il destino di Alice, cioè uccidere il Ciciarampa nel Giorno gioiglorioso, un mostro sanguinario al servizio della Regina di Cuori o Regina Rossa, ma il bruco non è nemmeno sicuro che la ragazza “prelevata” dal Bianconiglio sia la vera “Alice”. Insomma, il “Sottomondo” versa in una condizione critica e ha bisogno di una eroina in grado di far tornare “gloriosi” i giorni di delirio.

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Una terra colma di meraviglie, mistero e pericolo

Per ricreare lo splendido e decadente Paese delle Meraviglie, La Sony Pictures ImageWorks ha concorso al progetto per produrre gli effetti visivi. Finite le riprese dal vivo, molte sequenze sono state rieditate in performance capture, tecnica con la quale gli attori possono impersonare personaggi animati in modo fotorealistico (come fatto per il fenomeno tecnico Avatar). Durante la post-produzione le scene girate in tecnica tradizionale sono state convertite in tridimensionale, un processo chiarito come una strategia per risparmiare denaro così da rientrare nel bilancio, e per ottenere maggiore controllo nel montaggio e nella conversione del materiale. Personalmente credo che la qualità del tridimensionale in questo film non sia eccelsa, ma comunque azzeccata in quanto dona profondità alle immagini, pur essendo un “mezzo 3D”. In molte situazioni  sono solo i fondali o, viceversa, solo i personaggi ad essere renderizzati in tre dimensioni. Probabilmente non ha avuto così tanto spessore (ma comunque è gradevole) in quanto è stata data la precedenza al motion capture, che rende i personaggi di Alice tutti tanto anomali e insoliti quanto spettacolari e realistici. Il “sottomondo” è ricreato in atmosfera antica, dominato costantemente da colori tutt’altro che accesi e da filtri  freddi che rendono le ambientazioni  adatte alla situazione in cui versa il mondo fantastico. Il paese delle meraviglie è dominato da boschi e giardini trascurati dove le erbacce crescono a dismisura, da stagni in cui insetti e rane dominano il silenzio tombale, il cielo è ricoperto da grandi e minacciose nuvole cariche di pioggia in attesa del “Giorno gioiglorioso” dove tutto cambierà.

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Un cast di completi pazzoidi

Il cast è ricco di grandi attori. Il primo ad essere citato (in ordine di importanza) credo debba essere proprio lui: il cappellaio matto interpretato dal mitico Johnny Depp e, dalle sue dichiarazioni, si evince gran entusiasmo nell’interpretare questo ruolo. Alice è interpretata da Mia Wasikowska, Helena Bonham Carter è Iracebeth, la Regina Rossa, famosa anche per  le splendide recitazioni in “Fight Club” e “Sweeney Todd” nonché moglie del regista Tim Burton. Gli altri attori principali sono Anne Hathaway, la bellissima Regina Bianca, Michael Sheen , il Bianconiglio, Alan Rickman , il Brucaliffo, Stephen Fry, lo stregatto, Matt Lucas, interprete di entrambi i gemelli e Crispin Glover, il fante di cuori.

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Siamo tutti matti?

Alice in Wonderland tuttavia tradisce le aspettative di chi credeva potesse stupire. Personalmente penso sia stata data eccessiva importanza ai grandi “nomoni” (alludo al cast) trascurando i dettagli scenici, e che quindi ciò abbia messo in ombra la trama vera e propria. Il film ha un inizio molto buono per poi sfociare nel banale. Mia Wasikowska dà un’ottima interpretazione di Alice e si cala perfettamente nel ruolo della ragazza anticonformista e spaesata nel mondo fantastico. A sorpresa, meno buona la recitazione di Depp e di Helena Bonham nel ruolo della Regina Rossa: infatti danno un senso di “caricatura” ai loro personaggi non conforme alla situazione. La pellicola di Burton appare ad un certo punto scontata e porterà l’eroina Alice addirittura ad indossare un’armatura e ad impugnare una spada. Insomma, un film accettabile ma un po’ ordinario ed inadeguato. Un mezzo plauso alla realizzazione tecnica che pur sfruttando al 50% il 3D, è capace di regalarci bellissimi paesaggi decadenti e personaggi  tanto originali quanto dettagliati. E’ possibile che  tutta questa tecnologia fuori dalla norma abbia confuso un po’ troppo le idee a quel geniaccio di Burton e alla sua compagnia formata da grandissimi attori. Consigliato comunque, ma non imperdibile. Segnaliamo inoltre un gioco di slot machine che ispirato proprio al film e chiamato “Alice in Wonderslots”, molto bello graficamente e divertente da giocare. Puoi trovare una versione gratuita di questo gioco all’indirizzo http://www.richslots.it.

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Colazione da Tiffany
Ott03

Colazione da Tiffany

Holly è una ragazza bellissima e sofisticata che vuole assolutamente sposare un milionario. Un giorno conosce il suo nuovo vicino: Paul, un giovane scrittore in crisi mantenuto da un’amante più anziana di lui….

Genere: Drammatico
Film diretto da Blake Edwards con Audrey Hepburn e George Peppard

Fiume di Luna

Da un piccolo romanzo di Truman Capote nel 1961 la Paramount Pictures non ha minimamente idea di quello che verrà tratto dal regista Blake Edwards: una commedia senza tempo, una storia bellissima di una figura femminile destinata ad entrare nella storia del cinema con tutte le sue stravaganze, le debolezze e le fragilità. “Colazione da Tiffany” non è una semplice storia romantica è molto di più: un’analisi sottile e concreta di uno degli infiniti angoli che compongono la mente di una donna moderna, apparentemente emancipata, e sicura di sè nella società frenetica dell’età contemporanea. In più nella Hollywood pudica e perbenista dei primi anni ’60 viene portata sul grande schermo la storia di un’escort, perchè questo fa per vivere la dolce Holly. Edwards sarà abile a far intendere il tutto senza mai dirlo in modo esplicito, un gioco di allusioni per salvare il film dalla scure della censura e dare l’illusione che la vita della ragazza sia veramente fatta di diamanti e feste che finiscono all’alba con una “Colazione da Tiffany”, in modo innocente e garbato.

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Bride Wars
Lug28

Bride Wars

Torna la più classica delle commedie Americane

Dal regista Gary Winick (la tela di Carlotta), arriva sul grande schermo l’ennesima commedia comico/sentimentale in pieno stile americano, in un film che vi farà sorridere, rattristare e riflettere.
La storia di due ragazze unite da sempre, ma sull’orlo della separazione.

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Da migliori amiche a… migliori nemiche

Liv (Kate Hudson) e Emma (Anne Hataway) sono migliori amiche fin dall’infanzia, da quando le rispettive madri le portarono all’Hotel Plaza a prendere il tè. Quel giorno videro il matrimonio più bello del mondo, e da allora condividono sia una forte amicizia, che lo stesso sogno: sposarsi in quello stesso posto in giugno, e una farà da damigella d’onore all’altra, il sogno di ogni ragazza americana.

Ma qualcosa, come si può presumere, va storto, e le date di matrimonio delle due donne coincideranno. Sarà l’inizio di una guerra basata su dispetti, false voci e qualsiasi altro mezzo al solo scopo di vincere l’unico giorno del mese disponibile per le nozze.

Sarà sufficiente un mese, prima del grande giorno, per conquistare il diritto della sala e, soprattutto, per distruggere anni di grande amicizia?

 

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La New York moderna, pura e semplice.

Il film è ambientato a New York, nel 2009 (anno di uscita del film), della quale possiamo facilmente riconoscere il Central Park e il Plaza Hotel, punti fondamentali del film. Ogni scena è girata in ambienti reali, e il tutto provvede a fornire uno squarcio della vita d’oltreoceano.

Impeccabile la colonna sonora, che si “sposa” perfettamente con questo film, e in cui figurano artisti quali Duffy, Wagner e Vivaldi.

Il doppiaggio finale è ottimamente riuscito ed efficace, donando le giuste voci ad ogni personaggio in modo molto naturale.

Cast

Kate Hudson – Liv (vista in “Tu, Io e Dupree”) veste i panni di un’impiegata in un importante ufficio di New York, dove assumerà in seguito il ruolo di dirigente, e tra lavoro e matrimonio si ritroverà impegnata fin sopra i capelli (dei quali ad un certo punto vorrà pure separarsene). È da sottolineare quanto questa attrice calzi perfettamente questo ruolo, possedendo la stoffa del capo, ma anche la dolcezza di una fidanzata/amica.

Anne Hataway – Emma (la regina Bianca di “Alice in Wonderland”) si trova perfettamente a suo agio nei panni di una cittadina presa dai sogni; dipende quasi costantemente dalla sua amica, nonostante risultino caratterialmente agli antipodi.

Un ruolo di spalla è dato all’attrice Kristen Johnston (“Sex and the City” – “E.R.”), in cui interpreta l’amica che nessuno vorrebbe, ma che si rende disponibile come ultima spiaggia; in qualche modo potremmo definirla una sorta di aiutante magico.

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Conclusione

Una pura e semplice commedia americana, dove le due protagoniste sanno tirare fuori il meglio di loro, sia come amiche, che come nemiche.

Vengono inoltre alternati momenti di risate a momenti di riflessione, in modo da far capire alla persona che vede il film quanto importante possa essere l’amicizia, e quale preferire tra quest’ultima e l’amore. Ideale da vedere con la propria migliore amica, o col proprio fidanzato, che di sicuro si saprà riconoscere nei due neosposini.

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Benvenuti al Nord
Giu14

Benvenuti al Nord

Nuova Box office per il weekend appena passato.

Come era prevedibile, la coppia Claudio Bisio/Alessandro Siani sbaragliano la concorrenza con il loro Benvenuti al Nord che ha accumulato la bellezza di quasi 10 milioni di euro in pochissimi giorni.
Dietro di loro abbiamo la vampira Selene con il suo Underworld – Il Risveglio che ha incassato appena un milione di euro mentre gli Immaturi di Immaturi il viaggio  sono riusciti a  guadagnare altri 900 mila euro arrivando così a un totale di quasi 11 milioni di euro.

Alberto e Mattia sono in crisi con le loro rispettive mogli. Il primo cerca di riaccendere la fiamma dell’amore comprando una seconda casa in montagna, il secondo, viene abbandonato dalla moglie perchè incapace di trovarsi un lavoro che le dia stabilità.

 
Genere: Commedia
Film diretto da Luca Miniero con Claudio Bisio e Alessandro Siani

 

 

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A History of Violence
Mag18

A History of Violence

Sequenza introduttiva e trama

Due uomini in un’auto davanti ad un motel; il più giovane rientra, per prendere dell’acqua prima di ripartire, e vede una bambina, probabilmente la figlia dei proprietari, in piedi dinnanzi ai cadaveri insanguinati dei genitori. L’uomo le si avvicina, le sorride, il campo si allarga: da dietro la schiena, mette mano alla pistola.

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Tom Stall è il proprietario di una tavola calda nella piccola e tranquilla cittadina di Milbrook, nell’Indiana, dove vive con la moglie Edie, avvocatessa, il figlio adolescente Jack e la figlia minore Sarah. Scene di quotidianità ci mostrano un matrimonio felice e una famiglia ideale, perfetta in modo quasi irrealistico.
Una sera, all’ora di chiusura, nel diner di Stall entrano i due succitati uomini, inscenano una rapina e minacciano di uccidere la cameriera, Charlotte. La violenza torna fulminea in scena, il marito perfetto e amorevole padre Tom Stall rompe il bricco del caffè sulla faccia di uno dei rapinatori, salta oltre il bancone, afferra l’arma che questi aveva lasciato cadere e conficca quattro colpi di pistola nel petto dell’altro uomo, mentre il primo, finito in terra, ma nuovamente in sé, sfodera un coltello e ferisce il protagonista ad un piede, per poi ricevere un proiettile in testa e morire riversando le proprie cervella sul pavimento rosso di sangue. La regia è cruda, eloquente, la brutalità nuda, la violenza divampa e si consuma in un momento.
Tom Stall è ora un eroe locale e il suo volto compare in televisione. Il bagliore di notorietà guiderà a Milbrook lo sfregiato Carl Fogarty (gangster della mafia irlandese di Philadelphia), che è convinto di riconoscere in lui il traditore Joey Cusack, sparito dal giro.

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La violenza protagonista

Cronenberg stesso lo conferma: il film si presenta come una rivisitazione dell’abuse movie hitchcockiano, dove un uomo apparentemente innocente viene dapprima molestato e perseguitato da uomini violenti, per poi essere egli stesso coinvolto in un vortice di sangue che minaccia la sua identità, oltre che la sua vita e quella dei suoi cari.
La violenza corrompe il rassicurante Tom Stall e si riversa, contaminandolo, nel nido concreto che egli aveva creato; essa infonde il sospetto nella mente della moglie, che sembra ora accorgersi di non conoscere il passato dell’uomo che ama, insidia la piccola Sarah, che viene usata da Fogarty per avvicinare Edie e spaventarla, contagia perfino il pacifico figlio Jack, che, vessato da un bullo, lo affronta e lo gonfia di pugni nei corridoi del liceo.
Questa sanguinosa protagonista affiora allo schermo emergendo dall’animo come una dirompente macchia cremisi; è un’ombra insita nella natura umana, è propria del suo lato istintivo.
Joey Cusack la conosce profondamente, e, sebbene abbia cercato di sopprimerla, di voltarle le spalle, di rinunciarvi, sebbene sembri essere riuscito a celare il proprio passato di violenza, questa lo trova e lo raggiunge inesorabile, permeando, attraverso di lui, il quieto mondo degli Stall.

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La qualità della realizzazione



Girato a partire da una sceneggiatura non originale (basata sull’omonimo romanzo grafico di John Wagner e Vince Locke), A History of Violence è un prodotto difficile da catalogare, che, come ogni film di Cronenberg, va ad attingere da più di un genere: il risultato è un amalgama d’autore con elementi western, noir e thriller.
La scenografia è convincente, minuziosamente curata (Cronenberg è, per sua stessa ammissione, un maniaco dei dettagli), pervasa, però, da una qual certa sobrietà (la sua arte si presenta, qui, certamente più matura che in passato, riconoscibile, certo, ma scevera delle esasperazioni pur apprezzabili del suo passato). Le musiche, composte da Howard Shore, sono convenzionali, ma purtroppo prive dei benefici che la consuetudine solitamente conferisce, risultano dunque di efficacia incerta e scivolano facilmente in secondo piano.
La recitazione è, complessivamente, di ottimo livello: di Ed Harris non si può dir nulla di male, quasi lo stesso vale per Viggo Mortensen, che, con quella maschera statica, che alcuni tacciano di scarsa espressività, riesce a rendere in modo eccellente l’ambiguità del suo personaggio; Maria Bello (E.R.; Secret Window – 2004) si dimostra capace, e contribuisce enormemente alla buona resa del rapporto turbato tra i coniugi Stall; a tratti poco efficace Ashton Holmes, e il doppiaggio non l’aiuta affatto. Cameo finale del talentoso William Hurt.

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Conclusione

Pellicola breve, che colpisce, e che segna una sorta di distacco, per il regista, dallo stile visuale deflagrante che ben ricordiamo. Con le sue inquadrature taglienti, che ci mostrano le immagini di una realtà angosciosa quanto verosimile, questa storia di violenza affonda le proprie radici nella finzione del sogno americano, e i denti nella fragilità dell’ordinario.

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Amabili Resti
Feb15

Amabili Resti

Amabili Resti (The Lovely Bones) 2010 è solo l’ultimo di un lungo elenco di film visionari partoriti dalla fervida mente del regista premio oscar Peter Jackson. Tratto e adattato dall’omonimo romanzo di  successo di Alice Sebold del 2002, la pellicola è un mix equilibrato e organico del genere drammatico, thriller e fantastico  ben confezionato dalla direzione esperta di Jackson e tenuto saldamente insieme da un cast credibile e affiatato.

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Voglio premettere che la sintesi non rende giustizia a questo film (come a quasi nessuno d’altro canto, tranne forse ai peggiori). La sua storia non è certo così originale (vedi Ghost 1990, Al di la dei Sogni 1998 e altri ancora) , ma il modo nella quale è stata rappresentata sia visivamente che nelle scelte di regia, nonché le emozioni e l’empatia che questa opera nel suo insieme riesce a provocare lo rendono uno dei film da non perdere del 2010. Gli Amabili Resti narra la storia di una giovane ragazza, Susie, brutalmente uccisa e interrotta a soli quattordici anni nello sbocciare della sua vita. E di come a un passo dall’aldilà in una sorta di terra di mezzo dopo la sua morte ella vaghi intrecciando il suo nuovo mondo, colorato e referenziale, a quello della sua famiglia e del suo assassino ancora in libertà, in un intermittente gioco di riflessi e scambi. La sua tragica morte e le sue conseguenze sono il filo conduttore di una storia che riesce a essere allo stesso tempo tesa e spaventosa quanto piena di speranza e luce.
La narrazione, va segnalato, in alcuni punti procede a singhiozzi. Inutile nascondere che il fatto di trovarsi davanti all’adattamento di un libro è ben visibile proprio da certi personaggi secondari e passaggi narrativi che non hanno mai il tempo di svilupparsi pienamente nei suoi pur lunghi 136 minuti, lasciando alle volte perplessi.  Ma anche questi difetti non tolgono nulla al fatto che anche se mancano parte degli ingredienti che hanno reso un successo pubblico il libro della Sebold, Peter Jackson ci presenta con i suoi strumenti  una riduzione e reinterpretazione  più che godibile senza mai essere troppo scontato.  Una storia in grado di costruire una tensione montante controbilanciata da un forte aspetto di umanità e senza mai perdersi nel processo. Sono molte le scene degne di nota per regia, recitazione o scenografia e lascio allo spettatore trovare le sue. Tra le chicche troviamo un cameo di Peter Jackson che filma in un centro di sviluppo fotografico, e in libreria la pubblicità di un’edizione del Signore Degli Anelli.

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L’aspetto visivo, come era facile aspettarsi da Jackson, è molto curato e creativo con inquadrature e scenografie audaci e innovative. La terra di mezzo nella quale è sospesa Susie e quasi completamente realizzata in CGI (computer animated imagery) e tenta di essere una continua sorpresa, pur non sempre riuscendo nell’intento. Ma anche in questo caso, la fotografia, le ambientazioni degli anni ’70 e gli effetti speciali convergono a un risultato finale e organico di immagini sempre piacevoli e interessanti da guardare senza mai annoiarsi. La scenografia è anche piena di indizi che ponendovi la giusta attenzione ne potenziano la storia. Anche sulla colonna sonora c’è poco da lamentarsi: adeguata e piena di sfumature, così come il comparto degli effetti sonori, molto efficaci e caratterizzati da un minimalismo che contribuisce fortemente alla tensione.

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Il Cast, molto contenuto, è composto da una sorprendente semisconosciuta e giovanissima Saoirese Ronan che interpreta convincentemente il ruolo di Susie attraverso tutta la gamma delle sue emozioni. I genitori sono interpretati dai bravi Rachel Weisz e Mark Wahlberg, che riescono a tirare fuori tutto il possibile dai loro personaggi pur non avendo abbastanza tempo su schermo, problema comune a quasi tutti i personaggi. Da segnalare anche Susan Sarandon nella parte di una altrettanto mai completamente sviluppata, ma non per questo meno relazionabile cinica e simpatica nonna. Ma la vera star, nel senso brillante del termine assieme alla Ronan, è Stanely Tucci nel ruolo del maniaco ossessivo Mr. Harvey, che recita con un intensità tale da renderlo sempre credibile senza mai lasciarlo cadere in uno stereotipo preconfezionato, e rendendolo il personaggio maggiormente caratterizzato. Quanto agli altri personaggi, sono tutti bravi e ben diretti,  nonostante gli spettatori non abbiamo mai il tempo di prendere a cuore o conoscere per davvero molti di loro.

Conclusioni

Gli Amabili Resti è un film che non piacerà a tutti, basta navigare un pò su internet per trovare quanto siano spaccate le opinioni al suo riguardo. C’è chi lo ha amato e chi lo ha stroncato. Molte delle critiche hanno fondamenti sensati, ma questo film è il classico esempio dove il risultato finale è maggiore della somma delle sue parti, ed è appunto solo nel suo insieme che diviene un prodotto estremamente godibile per le persone in grado di lasciarsi trasportare e di legare con i suoi personaggi. La trama nel passaggio dalla cellulosa alla celluloide ha subito moltissimi tagli, ciononostante l’adattamento cinematografico ha una sua vita propria che vale la pena di essere sperimentata, soprattutto dai fan del lavoro di Jackson prima che divenisse main stream.

 

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