Crank: High Voltage
Ott20

Crank: High Voltage

Chev è tornato

 

Chi si chiedeva se il movimento delle palpebre di Chev Chelios alla fine di “Crank” fosse solo un riflesso post-mortem o se il killer era miracolosamente sopravvissuto alla caduta dall’elicottero, otterrà la risposta in questo sequel, e la risposta è ovviamente una sola: sì, è ancora vivo. Dopo le ottime impressioni avute con il loro primo film, “Crank”, torna il duo Neveldine/Taylor con un seguito ancora più esagerato e frenetico, una sorta di “Crank” alla seconda, dove Jason Statham, già protagonista nel primo elemento di quella che dovrebbe essere una trilogia, viene nuovamente sballottolato qua e là in quel di Los Angeles, alla ricerca delle medesima cosa che lo ha tenuto in vita così a lungo, la vendetta. Non sarà facile neanche stavolta per il killer professionista arrivare fino in fondo, ma lo spettacolo è garantito.

Alto voltaggio

 

Chev Chelios (Jason Statham) ha la pelle dura, ma quello che fa gola alla triade cinese non è la sua pelle, bensì altro. Dopo essere sopravvissuto a una caduta da un elicottero, è stato portato in una struttura sanitaria dove un’equipe di medici cerca di tenerlo in vita per prelevare i suoi organi, destinati al patriarca della triade di Los Angeles, Poon Dong (David Carradine), deciso a “ringiovanire” il suo corpo, grazie all’uomo che è sopravvissuto al più letale dei veleni. Ovviamente non è d’accordo, ma al suo risveglio il suo cuore è già stato sostituito da una pompa artificiale collegata ad una batteria esterna. Inutile dire che il protagonista sarà costretto ad una nuova corsa contro il tempo per cercare di riprendersi il suo cuore, prima che la batteria che alimenta la pompa si esaurisca. L’uomo si metterà sulle tracce del membro della triade Johnny Vang (Art Hsu), cercando di trovarlo prima che consegni il suo cuore per il trapianto. Aiutato dai già noti Doc (Dwight Yoakam) e Eve (Amy Smart), oltre a guardarsi dai cinesi, Chev dovrà stare attento anche agli uomini del misterioso “furetto” (Clifton Collins jr.), un malavitoso intenzionato ad eliminarlo.

Sempre di più

 

A tre anni di distanza dal primo “Crank”, ritorna il duo Neveldine/Taylor, qui in veste di produttori esecutivi, sceneggiatori e registi. Sempre alla ricerca di idee originali ed innovative, i due sfornano un prodotto fedele alla loro idea di cinema, ricalcando la falsariga del primo e aggiungendo qualche nuovo elemento in modo da rendere il film ancora più esagerato e, se possibile, adrenalinico. La regia è molto veloce e diretta e permette di chiudere un occhio su qualche mancanza della sceneggiatura. Ai due registi piace inventare ed esagerare e in “Crank: High Voltage” ci mettono tutto quello che gli passa per la testa, dai classici pestaggi iper-violenti a un omaggio a Godzilla, passando per improbabili “ricariche” attraverso cavi elettrici e l’immancabile scena di sesso tra Chev e la sua Eve, questa volta nel bel mezzo della pista di un ippodromo. Regia, fotografia, colonna sonora e scenografia, sono questi i punti forti del lungometraggio che però, come nel suo predecessore, ha qualche lacuna.

Jason l’immortale

 

Più che Statham, a sembrare indistruttibile è il suo Chev Chelios, che dopo essere sopravvissuto a un veleno mortale e a una caduta da un elicottero in “Crank”, riesce a fare anche meglio nel seguito. L’attore inglese ci mette molto del suo per interpretare il personaggio, realizzando in prima persona parecchie scene pericolose, cosa ormai abituale per lui. Attorno a Jason girano un sacco di personaggi particolari, oltre a facce già viste in “Crank”: al suo fianco troviamo ovviamente la bella Amy Smart nel ruolo di Eve, ragazza di Chev e in questo sequel anche “complice”, che suo malgrado verrà di nuovo “usata” per restare in vita. A cercare di salvare il protagonista ci penserà Doc, ossia Dwight Yoakam, aiutato dalla sua assistente Dark Chocolate (Julanne Chidi Hill). Dalla parte di Chev anche il solito Orlando (Reno Wilson), Venus (Efren Ramirez), fratello gemello del Kaylo interpretato in “Crank” proprio da quest’ultimo, e la new-entry Ria (Bai Ling). Non mancano gli antagonisti, però, tra i quali spiccano Art Hsu nel ruolo di Johnny Vang, Clifton Collins Jr. nel ruolo del “furetto” e David Carradine che interpreta il boss cinese Poon Dong. Da salvatore a nemico, invece, Keone Young, il suo Don Kim dopo aver salvato o perlomeno aiutato Chev in “Crank”, decide di consegnarlo a Poon Dong. Ultima segnalazione per qualche cameo, uno del cantante dei Linkin Park Chester Bennington (già presente in “Crank”), uno dell’ex Spice Girls Geri Halliwell nella parte della madre del giovane Chev; oltre a questi due, nel film compare anche il lottatore di MMA Keith Jardine e qualche attore porno, come Ron Jeremy.

 

La manovella gira ancora

 

Il progetto è chiaro, la scena finale lo conferma: il terzo capitolo della saga di Crank si farà, a meno di clamorosi ribaltoni. I tempi sono ancora sconosciuti, ma i quasi 35 milioni di dollari incassati dal film nelle sale, oltre al successo ottenuto con la vendita del DVD, fanno pendere la bilancia dalla parte del sì, e in questo caso il duo Neveldine/Taylor potrebbe realizzare un nuovo “esperimento”, in linea con il loro stile, duro, diretto, violento e frenetico. Certo è che “Crank: High Voltage” è un buon sequel, basta lasciarsi trasportare nel mondo del killer indistruttibile senza farsi troppe domande ed accettare l’esagerazione estrema voluta dai due registi, in caso contrario apprezzare questo film è quasi impossibile.

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ParaNorman
Lug26

ParaNorman

La normalità. Un concetto troppo particolare e, se vogliamo, troppo personale per essere definito. Ognuno di noi a suo modo si sente così, chi più o chi meno. La vera sfida è ammettere di non esserlo, o almeno capire e comprendere cosa voglia dire non sentirsi normali. Sentirsi disagiati verso il prossimo per come si viene guardati, per come si viene etichettati e messi all’angolo e sentirsi soli. Dannatamente soli.
Questa potrebbe definirsi la situazione del piccolo Norman, protagonista del nuovo gioiello animato in stop-motion dei Laika Studios, ParaNorman, che oltre ad essere una pellicola visivamente affascinante, riesce a regalare allo spettatore delle emozioni, che per quanto concerne l’animazione possono essere plausibilmente e correttamente paragonate a quelle che sanno trasmettere i film di Hayao Miyazaki o della Disney-Pixar.

Io vedo i fantasmi, e tu?

Nella piccola cittadina di Blithe Hollow, nel New England, vive Norman Babcock. Alla vista un ragazzino come tanti, magari un po’ sciatto nel vestire e con una pettinatura particolare, ma nulla di più. Vive assieme alla mamma, al papà e ad una sorella che potrebbe definirsi l’apoteosi della stupidità, l’esatta personificazione del luogo comune secondo il quale “la bionda bella purtroppo con poco cervello”. Norman è un ragazzino solitario e malinconico. Forse proprio per questo la sua grande passione sono gli zombie, o in generale i film horror, di cui è un grande cultore. Passerebbe ore davanti alla TV a vedere film sugli zombie, i più dei quali di serie B. Per il resto non ha altri hobby particolari. Va a scuola e studia, cercando di sopportare gli insulti giornalieri dei suoi compagni, cercando di essere normale. Il bambino però non è normale, egli vede i fantasmi.
Un dono particolare, anche se più che un regalo, in una società discriminatrice del diverso come la nostra, si potrebbe definire una maledizione, a quanto pare di famiglia, dato che anche lo zio del nostro protagonista ha la medesima abilità. Uno uomo completamente pazzo, doppiato dal simpatico John Goodman in lingua originale.
Norman non ha paura dei fantasmi, ci è abituato ormai. Soprattutto perché questo dono gli permette di vedere la sua amata nonna ormai scomparsa da un anno. Essa invece di proteggere Norman sulla “stella più bella che c’è”, compie il suo lavoro accanto al nipotino, sotto forma di fantasma. Perché il compito di tutte le nonne è proteggere i nipoti. Un amore, un legame che chi ha perso i nonni potrà capire benissimo, e in una o due scene si paleserà in modo molto toccante, questo sentimento. Comunque, il suo dono/maledizione ha un vantaggio e mille svantaggi, per questo Norman vorrebbe non averlo mai avuto. Che ci volete fare: ognuno di noi è destinato a qualcosa, e il piccolo Babcock dovrà compiere una grande impresa per salvare il grazioso (o spaventoso) borgo di Blithe Hollow da una tremenda maledizione secolare, ma almeno incontrerà degli amici sulla sua strada, ma non solo alleati, anche nemici. Strano però: inevitabilmente il mondo di Norman viene stravolto. Le persone, che sono i suoi nemici nella vita reale, che lo trattano male e non hanno né rispetto né compassione per la sua situazione, ma solo cattiveria, arroganza e paura (quest’ultima soprattutto il papà), diventano sue alleate e amiche, mentre gli zombie, suoi “inseparabili amici”, suoi idoli, diventano suoi nemici mortali. Ironica la vita.

Personaggi ben caratterizzati e interessante sviluppo della storia…

Quello che colpisce in ParaNorman è come, nella sua semplicità, sia di tematiche che di narrazione, la pellicola possa sorprendere lo spettatore fino alla fine, con piacevoli colpi di scena e con personaggi accattivanti, sia per lo stile con cui sono stati creati sia per un fattore puramente ironico. Inoltre sono presenti tutti, ma proprio tutti, gli stereotipi della società americana odierna. Dalla sorella di Norman, bionda e poco intelligente, al giocatore di football buono di cuore ma stupido, dal bullo della scuola, che in fondo è un fifone, fino al ragazzino grasso ridicolo e con problemi di salute. Per non parlare del rapporto genitori-figli, che nella pellicola è un aspetto molto importante. Il padre di Norman vorrebbe che il figlio fosse diverso. Fosse normale, non che vedesse i fantasmi. Vorrebbe amarlo incondizionatamente, come un genitore dovrebbe sempre fare con il figlio. Invece ha paura. Non di lui, ma per lui. Cosa, questa, che lo spinge a mettere in dubbio il suo amore genitoriale, a differenza della moglie. La mamma di Norman, una donna dolce e sensibile, che però per la prole non si comprende bene cosa provi. Sicuramente amore, questo si, ma anche compassione, tenerezza. Non sprona Norman a farsi coraggio e tenere duro, ma spinge se stessa a farlo. Perché in fondo la mamma è sempre la mamma, e per il figlio ci dovrà sempre essere, nel bene o nel male.
Oltre al rapporto genitori-figli, ParaNorman indaga anche i rapporti tra fratelli, che solitamente sono di odio-amore costante, almeno quasi sempre, come ad esempio il legame genuino e affettuoso tra l’amico di Norman, Neil Down, e suo fratello maggiore Mitch. Invece, una delle eccezioni è Courtney, già citata sorella maggiore di Norman, che vede il fratellino come uno scherzo della natura e un peso. Solitamente questi personaggi sono creati per avere una sorta di redenzione finale, ma questo sta al pubblico scoprirlo, andando a vedere il film in sala. La storia di ParaNorman ha degli sviluppi molto interessanti, merito di un’ottima sceneggiatura intelligente pregna di fantasia e humor, la quale coinvolge lo spettatore non annoiandolo e tenendo alto il ritmo dall’inizio alla fine, non cadendo nemmeno in eccessi stilistici o cliché banali. Da sottolineare anche l’ottima regia degli esordienti Sam Fell e Chris Butler, duo registico che con ParaNorman segna un inizio veramente eccellente, creando un film d’animazione davvero sopra le righe e forse una delle migliori pellicole del genere in questi ultimi anni.
Inoltre, la stupenda stop-motion di ultima generazione rende il tutto molto accattivante, sviluppando uno stile unico e particolare, soprattutto per quanto riguarda i personaggi e la loro caratterizzazione fisica, merito anche dell’uso delle stampanti tridimensionali a colori, molto utili in particolar modo per i volti sostitutivi dei personaggi. Per quanto riguarda il 3D, c’è da sottolineare come in questa pellicola i colori, visti attraverso gli occhialini, non risultino spenti come solitamente accade, ma purtroppo è sempre la solita macchina macina soldi delle case di produzione ed il suo apporto è veramente superficiale, quasi nullo, anche se rispetto ad altri film d’animazione si potrebbe definire discreto.

…rendono ParaNorman un film d’animazione straordinario.

Dopo l’eccellente accoglienza di “Coraline e la porta magica” nel 2009, i Laika Studios portano in sala il bellissimo ParaNorman, un esempio d’animazione da seguire. Profondo, divertente, ben scritto e diretto ottimamente. Una pellicola come questa porta ad alti livelli la già conosciuta ed apprezzata tecnica della stop-motion, regalando al pubblico unicità e stile. Regalando sorrisi, emozioni e perché no, anche un po’ di intimità. Una gioia per gli occhi e per il cuore, ParaNorman riuscirà a sorprendervi per la sua tremenda bellezza.

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Ralph Spaccatutto
Giu23

Ralph Spaccatutto

Ralph spaccatutto è un titolo che riesce a compiere una magia: parlare di videogiochi senza far sentire in imbarazzo i videogiocatori presenti in sala. E la pellicola non si limita a parlare di videogiochi, è completamente incentrata su di essi. Videogiochi sono i protagonisti e nei videogiochi si svolge il tutto, più precisamente negli arcade di una sala giochi dove “Felix Aggiustatutto Felix”, “Hero’s Duty” e “Sugar Rush” risiedono fianco a fianco di titoli reali come Street Fighter, Pacman e l’ormai dimenticato Tapper, per non parlare dei numerosissimi personaggi reali che fanno la loro comparsa, a volte solo tra la folla. Il film è letteralmente pieno di citazioni di videogiochi famosi (non vi alzate durante i titoli di coda!) realizzate con gusto e perfettamente inserite nelle scene, con omaggi piccoli o grandi a quasi tutti i titoli “leggendari”.

Hulk Ralph spacca tutto!

Ma sarebbe un enorme errore pensare che Ralph Spaccatutto sia fossilizzato sul citazionismo e sulle scenette scollegate, la storia di Ralph e dei suoi “colleghi” si regge sulle proprie gambe in tutta tranquillità. Il nostro Ralph Spaccatutto è il “cattivo” di uno storico gioco arcade, ma questo lo ha portato ad essere isolato dal resto dei suoi “colleghi”. Ralph soffre molto per questa condizione e quando le cose peggiorano (non viene invitato alla festa per i 30 anni del gioco), decide di voler ottenere anche lui la medaglia, l’oggetto che viene dato al giocatore, e quindi al personaggio da lui controllato, quando completa un gioco. Per farlo deve però lasciare il proprio cabinato ed intrufolarsi in un altro, finendo in un violento sparatutto dove il nostro non potrà che trovarsi completamente spaesato. Riuscirà comunque ad ottenere la medaglia, ma al costo di dover fuggire dal gioco in una navetta fuori controllo portando con sé un mostro, e finendo per schiantarsi in Sugar Rush, un gioco di corse di kart dove incontrerà la adorabile ma pestifera Vanellope von Schweetz. La ragazzina è una piccola peste che ruberà la medaglia di Ralph per usarla come pagamento per potersi iscrivere alla corsa dei kart, e avere così l’occasione di essere scelta dai giocatori. Il problema però è che Vanellope è un glitch, un errore di programmazione che non sarebbe dovuto esistere e che viene ostracizzata dagli altri corridori. Ralph, che prima cercava la ragazzina per riprendersi la medaglia, si convince ad aiutarla ad ottenere il suo sogno. Ma se le cose fossero così semplici il film non sarebbe così bello, e allora le cose si complicano con i segreti del mondo di Sugar Rush e il mostro importato da Hero’s Duty, la storia semi-parallela della ricerca di Ralph da parte di Felix e il processo di autoaccettazione di Ralph. Il cardine della trama del film è proprio l’autoaccettazione e l’integrazione nella società, e anche se il tutto non è trattato in modo particolarmente brillante c’è da dire che gli autori hanno fatto l’ottima scelta di evitare il problema cardine di questo tipo di storie, ovvero l’accettazione che passa attraverso la modifica del proprio io. Dei cambiamenti devono essere fatti per migliorarsi, questo è normale, ma spesso in questo tipo di storie c’è lo spiacevole effetto collaterale di vedere personaggi che riescono ad entrare nel gruppo solo dopo aver apportato modifiche importanti al proprio io: il nerd che conquista la ragazza solo quando abbandona le sue abitudini, la ragazza un po’ “hippie” e sbadata che viene accettata solo dopo aver cambiato il suo look e modo di far, sono tutte storie mosse da un buon fine, ma che lasciano l’amaro in bocca. Gli sceneggiatori sono invece riusciti ad evitare tutto questo, i personaggi devono sì cambiare un poco per essere accettati, ma rimangono sostanzialmente loro stessi, è il loro modo nel porsi verso gli altri a cambiare, non quello che sono e le loro abitudini. Un messaggio importante che vorremmo vedere più spesso, soprattutto in film che hanno un target giovanile.

Non un capolavoro, ma ci si avvicina

Quello che viene proiettato sullo schermo è una gioia per gli occhi, le ambientazioni sono sempre fantasiose e ottimamente realizzate, a volte coloratissime e a volte cupe ma sempre molto belle da vedere, così come nulla può essere detto contro le animazioni dei personaggi, fluidissime e credibili. Il 3D non è fondamentale, ma è ben realizzato e se desideraste vederlo con la terza dimensione non ne rimarreste delusi. Gli animatori Disney non hanno nulla da invidiare a quelli della concorrente in casa Pixar (anche perché il titolo è prodotto da John Lasseter), dal punto di vista tecnico o visivo non c’è nulla da criticare al film. Anche le musiche sono ottime, grazie alla collaborazione di diversi artisti che hanno dato un tono particolare e proprio ad ogni “gioco”. Ammettiamo che la presenza di Skrillex tra le collaborazioni un po’ ci preoccupava, ma dobbiamo ammettere che ha fatto un buon lavoro nel pezzo da lui curato. Quello in cui però il team Disney è ancora inferiore alla Pixar è la sceneggiatura, che seppur molto buona presenta delle pecche su cui ci si deve soffermare. Il primo problema è che la struttura alla base è sostanzialmente vecchia. Risulta facile notare la divisione in parti del film e immaginare a grandi linee cosa avverrà dopo, anche se c’è un colpo di scena che ammettiamo ci ha colto di sorpresa. Questo non vuol dire che il film sia prevedibile, non lo è, ma il tutto sembra troppo ancorato ad uno schema rigido e predefinito. Ci sono alcune cose che odorano di scelta forzata per rispettare un copione collaudato invece di provare qualcosa di diverso. Sostanzialmente è questo che gli uomini Disney hanno ancora da imparare dai loro colleghi-rivali della Pixar: l’essere in grado di scardinare le convenzioni inutili e di creare qualcosa di nuovo.

Questo è un film che è pieno di ottimi personaggi come la pestifera e adorabilissima Vanellope, pieno di belle gag e di citazioni che faranno impazzire i videogiocatori, e ha una trama solida intrisa di una fantasia notevole. In Sugar Rush ci sono addirittura delle idee molto buone per un vero e proprio gioco di corse, per rendere ancora più felici chi è cresciuto a pane e Mario Kart. Ralph Spaccatutto è stato paragonato a Toy Story (il film, in pieno stile Pixar, è anche preceduto da un corto molto carino, “Paper man”), e a ragione, ma non è Toy Story. Un bel film realizzato con maestria e molto divertente, specialmente per i videogiocatori, ma non un capolavoro.

Tuttavia è probabilmente il miglior film sui videogiochi che sia mai stato fatto, ed è in grado di offrire 95 minuti di divertimento e buone idee. Se per Natale state cercando un film per la famiglia, o semplicemente un buon film di animazione, Ralph Spaccatutto fa decisamente per voi.

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Frankenweenie
Mag08

Frankenweenie

È il cagnolino “resuscitato” Sparky, il nuovo protagonista del poster italiano di Frankenweenie, il lungometraggio in stop-motion diretto dal visionario Tim Burton e ispirato al suo omonimo corto del 1984.

Il cast vocale scelto è composto da attori cari al regista con i quali ha già lavorato in passato, ovvero: Winona Ryder, il premio Oscar Martin Landau, Martin Short e Catherine O’Hara, già apparsi, rispettivamente, in Mars Attacks! e Beetlejuice – Spiritello porcello. Quest’ultimi danno voce a cinque personaggi a testa.

La storia ruota attorno a Victor, che dopo aver inaspettatamente perso il suo adorato cane Sparky, sfrutta il potere della scienza per riportare in vita il suo amico, con qualche lieve variazione. Prova a nascondere la sua creazione cucita-in-casa; ma quando Sparky esce, i compagni di scuola di Victor, gli insegnanti e l’intera città scoprono che tenere al guinzaglio una nuova vita può essere mostruoso.

Scritto da John August, il film arriverà nei nostri cinema il 17 gennaio 2013.

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Le 5 Leggende
Apr04

Le 5 Leggende

Negli USA c’è una vasta mitologia, dal sapore piuttosto pagano, di personaggi che impersonano festività o eventi: oltre all’universale Babbo Natale c’è il coniglio pasquale, la fata dei dentini, Sandman che dispensa i sogni e Jack Frost, personificazione del gelo invernale, per limitarci a quelli che fanno la loro comparsa nel film. E quattro di queste impersonificazioni nel film sono elevate al rango di guardiani dell’infanzia, figure in qualche modo “superiori” agli altri che si occupano di gestire eventi importantissimi per un bambino come le feste con i doni, la caduta dei dentini e i sogni.

Da grandi poteri derivano frasi abusate

Ma non tutte le personificazioni sono così fortunate e alcune, come Jack Frost, vagano per il mondo utilizzando il loro potere senza essere mai riconosciuti, senza nessuno che creda veramente alla loro esistenza. Se questa situazione genera solo sofferenza in Jack, nel malvagio Pitch Black, impersonificazione della paura, questo si è trasformato in una voglia di vendetta contro il mondo e contro quei guardiani che hanno interrotto il suo regno di terrore. Pitch, con la voce di un Jude Law in ottima forma, decide così di metterli fuori gioco impendendogli di svolgere i propri compiti in modo da convincere i bambini di tutto il mondo che siano solo favole. La contropartita del ruolo di guardiano è infatti l’avere i propri poteri, e la propria essenza, direttamente legati al numero di bambini che credono nella propria esistenza. Per contrastare i piani di Pitch ai guardiani verrà aggiunto, dal misterioso “uomo nella luna”, un nuovo, ribelle, elemento: Jack Frost.

Se la storia vi sembra molto classica, è perché lo è. Volendo riassumere, il tutto non è altro che la storia dell’underdog isolato da tutti che viene chiamato dal destino a salvare il mondo e scoprire di avere del buono in sè, finendo per essere accettato e vivere per sempre felice e contento. Il film non fa nessuno sforzo per cambiare questa formula, perchè il suo target di riferimento è chiaramente quello dei bambini, e in particolare i bambini americani. Non prova nemmeno a rivolgersi ad un pubblico diverso, le 5 Leggende è un film di natale per bambini americani, e quello dovete aspettarvi se decidete di andare a vederlo. Possiamo capire come un tale pubblico possa divertirsi a vedere rappresentati in un modo originale personaggi che conosce bene, ma per il resto delle persone questo effetto è completamente perso, con l’eccezione di Babbo Natale.

A questo si aggiunge la fiacchezza delle gag messe in scena, che molto difficilmente strappano una risata (le gag migliori le fa uno yeti, una comparsa), per andare a formare un trittico poco invitante di storia per bambini, una mitologia “lost in translation”, e gag che al massimo fanno sorridere.

Ma allora le 5 Leggende è un film brutto? No, non lo è.

Si salva, in un certo senso

La notevole componente tecnica ci offre un mondo vibrante di colori e di fantasia, la direzione artistica porta una notevole dose di innovazione nei personaggi e nelle loro “basi” e la storia nella sua estrema semplicità tutto sommato tiene fino alla fine. È un piacere osservare una CG così colorata e con animazioni fluide, in grado di mostrare panorami dettagliati e di impatto, ed è un piacere seguire una telecamera mossa da un regista capace che offre ottime inquadrature e tagli sulla scena, con scorci ampi che si preoccupano di non incanalare lo sguardo in un solo punto. Gli attori chiamati a prestare la voce nella versione originale hanno svolto un ottimo lavoro, in particolare Jude Law che è riuscito a salvare un personaggio altrimenti abbastanza anonimo come Pitch donandogli carattere. Non sappiamo cosa accadrà in fase di doppiaggio italiano, ma ci auguriamo che la caratterizzazione data ai personaggi non vada persa.
Piuttosto irrilevante l’uso del 3D, che non viene utilizzato a dovere dopo la scena iniziale con la neve finendo così per essere ignorabile.

La Dreamworks ha ormai, fortunatamente, abbandonato lo stile dei suoi primi film e si è votata ad una concezione dei film di animazione che non comprende più gag di dubbio gusto e riferimenti pop, e questo film non fa eccezione. Alla fine di tutto si ha l’impressione di aver visto un film godibile, ma che perde moltissimo del proprio fascino se si ha più di 12 anni, a differenza di una certa tendenza dell’animazione nel creare film che siano apprezzabili a pieno a qualsiasi età. Il fratellino o il figlioletto probabilmente si divertiranno, ma il loro accompagnatore avrà qualche problema ad interessarsi alla pellicola per motivi differenti dalla resa visiva dei bei campi lunghi sulle valli ghiacciate del polo nord. Un peccato sprecare l’ottima regia di Peter Ramsey per un film che si è auto imposto due limiti, quello del mercato USA e quello dei bambini più piccoli.

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The Master
Mar06

The Master

Paul Thomas Anderson sa di potersi fregiare del titolo di maestro, così caro a chiunque tenti di essere, con la sua arte, una guida ed un esempio per gli altri.

Questo suo ultimo film esplora proprio il bisogno dell’uomo di cercare una guida che lo svegli da quel sonno della ragione che genera mostri, accendendo una luce. Il “mostro”, in questa storia, è Freddie (interpretato da un Joaquin Phoenix assolutamente folle e terribilmente bravo), un uomo ossessionato dal sesso, primitivo e sempre incline a scoppiare di rabbia: un cane da addomesticare e conformare alla rigidità morale dell’America del secondo dopoguerra in cui è ambientato il film. Philip Seymour Hoffman interpreta Lancaster Dodd, ovvero il Maestro della Causa (un movimento spirituale che dimostra ben più di una affinità con Scientology) che, con infinita pazienza ed amore, cercherà di aiutare Freddie ad elevarsi spiritualmente.

Il film è un lungo affresco magnificamente composto: ogni sequenza sembra, infatti, quasi dipinta e le immagini sono potenti ed incisive. Bellissima ed infinita è la lunghissima corsa in moto di Freddie nel deserto, un personaggio universale che attraversa una vita arida come un lampo di luce, rischiando sempre di bruciarsi troppo in fretta.

Il film è pieno di sequenze che possono apparire narrativamente inutili ma che in realtà ci fanno conoscere i protagonisti attraverso una lunga serie di immagini-metafora che piantano radici nella mente dello spettatore come immagini in tre dimensioni: siamo invitati a girargli attorno, a vedere tutte le possibili facce dei personaggi, punti deboli compresi. In questo modo ognuno può entrare nella storia, sentendosene partecipe e rivedendo in Hoffman il suo Maestro. La bellezza di questo film però non è puramente formale: il regista sceglie come protagonista quell’amore morboso e vitale fra discepolo e maestro. Questa relazione è presente in ogni scena, anche quando i due uomini sono assenti nella sequenza: è il motore della storia, la sola cosa che dà un senso alla vita dei due protagonisti.

Il miracolo che avviene una volta comparsi i titoli di coda è quello di uscire dalla sala, nella penombra, accompagnati da due anime, due personaggi: sembra quasi di aver conosciuto i due protagonisti, di aver filmato noi, con i nostri occhi, tutti gli incontri, gli abbracci, le sedie sfasciate contro i muri.

Come un’ombra sfocata appare invece il personaggio di Amy Adams, moglie di Dodd. Ben pochi registi hanno saputo creare un personaggio che lascia quel retrogusto amaro quando vogliamo credere di avere la situazione in pugno e di aver capito chi abbiamo di fronte. Lei è la donna che fa l’uomo potente e che incarna (forse persino più di Dodd), i pilastri su cui si basa la Causa.

Non si possono non sentire le cicatrici sulla pelle del regista lasciate, invece, dai suoi maestri (i grandi registi-romanzieri americani come Welles, Kubrick, Scorsese, etc): sia nel tipo di pellicola scelta per girare (la 65mm, una grande tela) sia nella scelta delle musiche meravigliosamente turbolente di Jonny Greenwood.

E’ bello constatare come Anderson abbia il coraggio di imporsi come un maestro illuminato: in lui già incomincia a crescere lo spessore di un regista che farà storia.

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