| Autore: Esteban |
Cronenberg forse inusuale, quello di A History of Violence, che potrebbe far storcere il naso agli aficionado del body horror primordiale, ma coerente nelle tematiche: l’identità, l’interiorità, il dualismo realtà/apparenza, la mutazione.
Sequenza introduttiva e trama
Due uomini in un’auto davanti ad un motel; il più giovane rientra, per prendere dell’acqua prima di ripartire, e vede una bambina, probabilmente la figlia dei proprietari, in piedi dinnanzi ai cadaveri insanguinati dei genitori. L’uomo le si avvicina, le sorride, il campo si allarga: da dietro la schiena, mette mano alla pistola.

Tom Stall è il proprietario di una tavola calda nella piccola e tranquilla cittadina di Milbrook, nell’Indiana, dove vive con la moglie Edie, avvocatessa, il figlio adolescente Jack e la figlia minore Sarah. Scene di quotidianità ci mostrano un matrimonio felice e una famiglia ideale, perfetta in modo quasi irrealistico.
Una sera, all’ora di chiusura, nel diner di Stall entrano i due succitati uomini, inscenano una rapina e minacciano di uccidere la cameriera, Charlotte. La violenza torna fulminea in scena, il marito perfetto e amorevole padre Tom Stall rompe il bricco del caffè sulla faccia di uno dei rapinatori, salta oltre il bancone, afferra l’arma che questi aveva lasciato cadere e conficca quattro colpi di pistola nel petto dell’altro uomo, mentre il primo, finito in terra, ma nuovamente in sé, sfodera un coltello e ferisce il protagonista ad un piede, per poi ricevere un proiettile in testa e morire riversando le proprie cervella sul pavimento rosso di sangue. La regia è cruda, eloquente, la brutalità nuda, la violenza divampa e si consuma in un momento.
Tom Stall è ora un eroe locale e il suo volto compare in televisione. Il bagliore di notorietà guiderà a Milbrook lo sfregiato Carl Fogarty (gangster della mafia irlandese di Philadelphia), che è convinto di riconoscere in lui il traditore Joey Cusack, sparito dal giro.

La violenza protagonista
Cronenberg stesso lo conferma: il film si presenta come una rivisitazione dell’abuse movie hitchcockiano, dove un uomo apparentemente innocente viene dapprima molestato e perseguitato da uomini violenti, per poi essere egli stesso coinvolto in un vortice di sangue che minaccia la sua identità, oltre che la sua vita e quella dei suoi cari.
La violenza corrompe il rassicurante Tom Stall e si riversa, contaminandolo, nel nido concreto che egli aveva creato; essa infonde il sospetto nella mente della moglie, che sembra ora accorgersi di non conoscere il passato dell’uomo che ama, insidia la piccola Sarah, che viene usata da Fogarty per avvicinare Edie e spaventarla, contagia perfino il pacifico figlio Jack, che, vessato da un bullo, lo affronta e lo gonfia di pugni nei corridoi del liceo.
Questa sanguinosa protagonista affiora allo schermo emergendo dall’animo come una dirompente macchia cremisi; è un’ombra insita nella natura umana, è propria del suo lato istintivo.
Joey Cusack la conosce profondamente, e, sebbene abbia cercato di sopprimerla, di voltarle le spalle, di rinunciarvi, sebbene sembri essere riuscito a celare il proprio passato di violenza, questa lo trova e lo raggiunge inesorabile, permeando, attraverso di lui, il quieto mondo degli Stall.

La qualità della realizzazione
Girato a partire da una sceneggiatura non originale (basata sull’omonimo romanzo grafico di John Wagner e Vince Locke), A History of Violence è un prodotto difficile da catalogare, che, come ogni film di Cronenberg, va ad attingere da più di un genere: il risultato è un amalgama d’autore con elementi western, noir e thriller.
La scenografia è convincente, minuziosamente curata (Cronenberg è, per sua stessa ammissione, un maniaco dei dettagli), pervasa, però, da una qual certa sobrietà (la sua arte si presenta, qui, certamente più matura che in passato, riconoscibile, certo, ma scevera delle esasperazioni pur apprezzabili del suo passato). Le musiche, composte da Howard Shore, sono convenzionali, ma purtroppo prive dei benefici che la consuetudine solitamente conferisce, risultano dunque di efficacia incerta e scivolano facilmente in secondo piano.
La recitazione è, complessivamente, di ottimo livello: di Ed Harris non si può dir nulla di male, quasi lo stesso vale per Viggo Mortensen, che, con quella maschera statica, che alcuni tacciano di scarsa espressività, riesce a rendere in modo eccellente l’ambiguità del suo personaggio; Maria Bello (E.R.; Secret Window - 2004) si dimostra capace, e contribuisce enormemente alla buona resa del rapporto turbato tra i coniugi Stall; a tratti poco efficace Ashton Holmes, e il doppiaggio non l’aiuta affatto. Cameo finale del talentoso William Hurt.

Conclusione
Pellicola breve, che colpisce, e che segna una sorta di distacco, per il regista, dallo stile visuale deflagrante che ben ricordiamo. Con le sue inquadrature taglienti, che ci mostrano le immagini di una realtà angosciosa quanto verosimile, questa storia di violenza affonda le proprie radici nella finzione del sogno americano, e i denti nella fragilità dell’ordinario.
| Trama | Cast | Audio | Doppiaggio | Scenografia |
| 8.8 | 9 | 6.5 | 7.8 | 8.5 |
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