| Autore: Alessandro "Oneiros" Torregiani |
La storia del cinema e della tv è piena di personaggi secondari che riescono ad attrarre un seguito talmente vasto da giustificare la realizzazione di uno spin-off totalmente incentrato su di loro, con risultati a volte positivi, a volte negativi, e a volte così buoni da generare anche dei seguiti. Non ci stupirebbe scoprire che “Il Gatto con gli Stivali” sia uno di quei titoli così buoni, nel loro genere, da creare una propria serie.
Certo, siamo ancora distanti dai livelli raggiunti dalla Pixar, ma questa avventura in solitaria del Gatto con gli Stivali riesce a stare in piedi da sola, ad essere un film godibile e ben costruito, che riesce ad essere divertente senza ricorrere a troppi cliché e a gag da asilo. Apprezzabile inoltre la scelta di non inserire alcun cameo di personaggi dalla saga di Shrek, tanto da far pensare che il tutto si svolga in un mondo tutto nuovo.

Un nuovo inizio
Il nostro Gatto con gli Stivali è come sempre un latin lover, capace di conquistare gatte e donne con facilità e classe, e un abile ladro che si guadagna da vivere derubando le persone, ma con un’etica: non ruba alle chiese, e non ruba agli orfanotrofi. Il perché di questi scrupoli è presto detto, Gatto infatti è un orfano, che finisce da tenerissimo gattino sulla soglia dell’orfanotrofio del paesino di San Ricardo, dove trova una casa, una “madre”, e il suo primo vero amico, l’uovo Humpty Alexander Dumpty.
Le strade dei due divergono però improvvisamente e bruscamente, e i due non si rincontreranno finché la gatta ladra Kitty Zampe di Velluto non lo attirerà nel proprio nascondiglio, dove Humpty lo aspetta per proporgli di tornare insieme per aiutarlo a portare a compimento il loro vecchio sogno d'infanzia: trovare i fagioli magici, salire nel castello tra le nuvole e rubare le uova d’oro che l’oca del castello depone.
L’impresa non sarà ovviamente semplice, tuttavia la storia di fondo è invece fin troppo semplice e lineare, con un unico colpo di scena, intuibile ben prima che accada. La trama di fondo è infatti la classica avventura senza pretese, con inseguimenti, piccole sorprese e le immancabili romanticherie e moine sul valore dell’amicizia; nemmeno il già citato colpo di scena, che fa virare nettamente la direzione della storia, può fare poi molto per ravvivare l’intelaiatura della trama.
Ma non è la trama a sorreggere questo film, sono bensì le battute azzeccate, una regia capace e una serie di idee particolarmente felici.
Il gatto tira fuori gli artigli
Le battute de “Il Gatto con gli Stivali” concedono poco alla risata sguaiata e si mantengono quasi sempre su un livello meno di “pancia”, tanto che diverse battute sono chiaramente pensate per un pubblico più maturo che può cogliere i vari riferimenti, non certo colti ma comunque ben al di fuori dalla portata di un bambino. Basti pensare a quando Humpty decide di fondare il “Bean Club”, ed enuncia la prima e la seconda regola del club, e potete facilmente immaginare come esse siano “Non si parla del Bean Club”.
La regia di Chris Miller è vivace e in grado di mettere bene in risalto le scene, creando un buon ritmo e utilizzando a volte tagli di inquadratura a metà tra lo spaghetti western e lo stile “ad incastro” di Ang Lee, una ventata di aria fresca rispetto allo stile di molti precedenti lavori Dreamworks, che portavano ben poca novità sullo schermo. Miller sembra sapere sempre quale sia il punto migliore in cui piazzare la macchina da presa virtuale, quale inquadratura utilizzare per ravvivare le scene e quale musica, tutte gradevolissime, far suonare.

L’unico vero problema sorge con il flashback che serve a raccontare la storia della giovinezza di Humpty e Gatto, gradevolissimo in sé, ma che viene a piombare come un vero e proprio capitolo a parte della storia, interrompendo in modo fastidioso il corso della narrazione. Ciò che si può realmente rinfacciare a Miller è il fatto di non essere stato in grado di unire tutti i pezzi della storia in una narrazione che scorra fluidamente come un pezzo unico, ma di aver creato qualcosa di simile a degli spezzoni narrativi uniti tra di loro dalla trama di fondo. Lo spettatore non riesce così ad abbandonarsi completamente al flusso degli eventi e ne ricava una vaga ma tangibile sensazione di discontinuità.
Quello che rende però particolarmente gradevole questo film sono i personaggi, che, principali o secondari che siano, sono tutti molto azzeccati. Da Humpty Dumpty con la sua lucidissima “follia”, passando per i calienti balli di Kitty, al nostro Gatto con gli Stivali, che è semplicemente irresistibile quando dà sfogo alla sua indole di semplice gatto, facendo gli occhioni dolci, rincorrendo una luce o miagolando dolcemente da cucciolo.
Ma anche i personaggi secondari spesso non sono da meno, come il vecchietto Jack (sì, quello dei fagioli magici) e la stralunata oca dalle uova d’oro, che riescono a mettere allegria con la loro sola presenza scenica.
Un discorso a parte merita il doppiaggio, che vede Antonio Banderas tornare nella parte del Gatto con gli Stivali anche nella versione italiana. Banderas è un attore capace, e anche quando recita in una lingua che non è la sua non sembra perdere minimamente la propria abilità, parlando un italiano pressoché perfetto (al netto del marcato accento spagnolo proprio di Gatto). La sua recitazione è eccellente, e dona moltissimo al personaggio conferendogli una personalità irresistibile. Purtroppo però Banderas era l’unico tra i doppiatori di prestigio in grado di recitare in italiano, e così il pubblico del nostro paese non potrà ascoltare il doppiaggio di Salma Hayek come Kitty Zampe di Velluto e di Zach Galifianakis come Humpty Dumpty (oltre al cameo di Benicio del Toro come capo delle guardie).

I due sono stati egregiamente sostituiti da Francesca Guadagno e dall’ottimo Alessandro Quarta, che da professionisti navigati quali sono ci hanno regalato un eccellente lavoro. Tuttavia non si può fare a meno di pensare che per un personaggio come Humpty solo Galifianakis, che ha raggiunto la fama interpretando Alan, il pazzo co-protagonista e vero mattatore dei due "Una Notte da Leoni", sia veramente in grado di rendere quella “follia lucida” propria del personaggio di Humpty. Il doppiaggio italiano è quindi, per tirare le somme, di ottimo livello, senza sbavature o voci fuori posto, sia per i personaggi principali che per quelli secondari.
“Il Gatto con gli Stivali” è un titolo sicuramente superiore alla media delle opere di animazione della Dreamworks, andando ad inserirsi in quel filone di opere di buon livello inaugurato con Dragon Trainer e proseguito con Kung Fu Panda 2. Il film risulta divertente sia per i bambini che per i ragazzi più grandi, e anche gli adulti possono godersi il film con sincero divertimento. Se poi siete degli amanti dei gatti lo troverete semplicemente irresistibile per via delle numerosissime “citazioni” dei comportamenti tipici del felino di casa.
Abbiamo inoltre notato che il trailer distribuito, perlomeno fuori dalle sale, presenta diverse scene che poi non sono state inserite nel film, e dà un’idea un po’ diversa sui contenuti, facendolo assomigliare ai tipici lavori Dreamworks precedenti a Dragon Trainer, con cui ha in realtà poco in comune.
Conclusioni
Se state cercando un film leggero e divertente da vedere sotto Natale (sarà infatti nelle sale a partire dal 16 Dicembre), potrete sicuramente prendere in considerazione “Il Gatto con gli Stivali”, che è il segno evidente di come la Dreamworks abbia deciso di rinnovarsi e di tentare di colmare almeno un poco il gap che la divide dalla storica rivale Pixar.
secondo me sarà molto bello| Trama | Cast | Audio | Doppiaggio | Scenografia |
| 6.5 | 8 | 8 | 9 | 8 |
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