La Strega di Torino
La solitudine dei numeri primi è il romanzo di debutto di Paolo Giordano sulla scala nazionale ed è anche il romanzo che gli dona la fortuna che il fisico, all'epoca 24enne, pensava di meritare: il Premio Bancarella e il Premio Strega, col secondo sicuramente più ambito del primo, arrivano nelle sue bacheche come fulmini a ciel sereno, forse, o magari come passaggio scontato, più probabile. Il suo romanzo, da moltissimi osannato a rivelazione dell'epoca contemporanea, gli permette anche di aggiudicarsi nel 2008, con record ancora esistente, il titolo di più giovane vincitore del più ambito premio letterario su scala nazionale: quasi un milione e mezzo di copie vendute e l'illusione, creata dai media, di aver unito, nel magico idillio, critica e lettori, cosa non accaduta nella realtà dei nostri tempi soprattutto dinanzi alle stroncature ricevute dai colti e cultori del libro, che hanno apostrofato il giovane torinese con un Moccia Nero.
Duplicare un fallimento, a questo punto, sarebbe stato a dir poco impossibile, ed ecco quindi la regia viene affidata a Saverio Costanzo, figlio del successo di Private (?!) col quale ottenne anche il David di Donatello per poi sparire nel nulla per ben cinque anni. A noi, dispiacendoci, vien da dire che avrebbe potuto con meno fantasia godersi quel premio e ritirarsi a vita più appagante.

Marinelli, Costanzo e la Rohrwacher
I numeri primi di Giordano
Alice e Mattia, due numeri primi, singolari, particolari, speciali, divisibili solo per se stessi e impossibili da unire con gli altri: separati però da una condizione assurda, da una specialità e da quella barriera che non li riuscirà mai ad accomunare. Una solitudine vera e propria. Entrambi sono oppressi da una realtà: Alice dal padre che la vorrebbe grande sciatrice e un giorno la conduce sulle nevi mentre lei ha necessità di andare in bagno; vivrà il dramma del cagarsi addosso, per rispettare le parole di Giordano, e di cadere rovinosamente per rompersi una gamba ed essere zoppa a vita. Mattia invece vive il dramma della sorella gemella, Michela, oppressa dal suo handicap mentale: un giorno decide di abbandonarla, stanco di dover essere una balia e di essere respinto dai suoi coetanei per la presenza della sua gemella; il suo dolore lo accompagnerà a vita.
Alice e Mattia riusciranno in qualche modo ad avvicinarsi ma senza mai riuscire a toccarsi, a baciarsi, come vorrebbe Alice. La realtà dovrebbe continuare su questo filone, rispettando anche l'unico caposaldo dello scialbo romanzo di Giordano, ma Costanzo regala una variazione sul tema che nel finale di film stona in maniera clamorosa e c'è da domandarsi come l'autore del romanzo abbia permesso, supervisionando l'operato, tale storpiatura in qualcosa di già più storpio della gamba di Alice la zoppa. Tra storie di anoressia, asocialità e sguardi da psicologia spicciola, la storia avanza con un continuum narrativo abbastanza confusionario e spesso privo di senso: nel tentativo di imitare un ben più acclamato Tarantino, il regista si getta in un'opera priva di qualsivoglia aspettativa con intrecci di flashback che rendono impossibile la visione del film a chi non ha già provveduto a leggere il romanzo di Giordano.
Varianti svarianti
Diventa sempre più curioso immaginare che Giordano abbia supervisionato il progetto: il film si discosta in maniera davvero immensa da molte delle tematiche che l'autore voleva trattare a partire dai più banali rapporti tra Alice e la madre, Mattia e il suo compagno di banco omosessuale Denis, o ancora le difficoltà incontrate con Michela, per non parlare della completa assenza, sul finire, di litigi o quantomeno discussioni all'interno del burrascoso matrimonio di Alice con Fabio, che nel film compare per pochi minuti, giusto il tempo di fare una fotografia alla non ancora moglie.
Tralasciando tali particolari, La Solitudine dei Numeri Primi si dimostra un film di fattura misera e decisamente fuori luogo per una produzione del 2010: dicendolo seriamente e con tutta la sincerità del mondo, non si dovrebbe permettere in questi anni di produrre lungometraggi di quest'aspetto e farli anche durare per 120 minuti. Il film, che potremmo dividere in due metà, nella seconda si lascia andare ad un continuo musicare di melodie da discoteca che sovrastano l'intera recitazione degli attori: il matrimonio di Viola, momento topico nella narrazione di Giordano, che dovrebbe rappresentare un momento di svolta nella vita dei due protagonisti, è completamente coperto da un assillante rumoreggiare di tamburi e mosse da dj e costellato da luci psichedeliche, all'improvviso poi coperte dal suono di violini. Diciamo quindi che non è la musica il forte, ma nemmeno la narrazione e la recitazione.

Mattia e Michela da piccoli
Marinelli, interprete di Mattia, è probabilmente l'unico che si esalta in questa produzione, riprendendo un personaggio curioso e sicuramente fuori dai canoni e che meritava un po' più di approfondimento: Giordano c'aveva visto giusto almeno in questo e probabilmente nel suo cercare di autobiografarsi aveva colto nel segno, ma in maniera arronzata e approssimativa anche Mattia si perde nel seguire delle sue avventure. Accanto all'attore però non si annoverano grandi successi a partire dalla Rossellini, annunciata in pompa magna per il suo ritorno, che si lascia andare ad un lavoro senza interesse e spesso poco curato tanto da farla sembrare una straniera balbettante: poche scene per riscattarsi e poche possibilità per compiere il miracolo atteso dai fan. Per finire, velo pietoso per la Rohrwacher, che è costretta a regalarci uno dei nudi più orrendi del cinema, per ben due volte: arrivati a quel punto il film avrebbe già dovuto disgustarvi, ma fidatevi che non c'è mai fine al peggio.
Considerazioni ultimanti
Era possibile salvare questa produzione, ci sembra cosa ovvia e scontata, ma la decisione di renderlo un horror è sicuramente un'idea discutibile e poco azzeccata: far risultare l'abbandono di Michela da parte di Mattia un momento di pure terrore invece di approfondire la tematica triste e disperata del gesto è sicuramente disdicevole. Seguire poi l'intero corso della storia richiede grande capacità deduttiva o quantomeno necessita del requisito dell'aver letto il romanzo di Giordano, altrimenti, soprattutto dinanzi alla scelta di effettuare flashforward lunghi anche di sette anni, si rischia di ritrovarsi disarmati dinanzi al campo di battaglia quale risulta essere lo sfondo della Torino di Costanzo.
Si saltano troppi aspetti, si omettono troppe verità, si tralasciano troppi punti chiave e se già il romanzo del più giovane vincitore del Premio Strega era stato criticato dalla critica, come giustamente richiede la parola, per la sua lacunosa preparazione sulla materia psicologica e sulla decisione di rendere triste e cupa un'avventura carica di problematiche esistenziali, il film di Costanzo aumenta ancora più le lacune create dal torinese e rende ancora più cupa l'eventuale introspezione dei personaggi, cosa che probabilmente avrebbe colpito tanti spettatori. Così facendo invece costringe, giunti a metà film, a pregare per la fine dello stesso perché stanchi di assistere a 40 minuti di discoteca che copre il muoversi delle labbra degli attori.
È difficile, davvero, doppiare, bissare, duplicare, come meglio preferite, un fallimento. Ancor più difficile è fallire in maniera ancora più grande della precedente: quest'oggi abbiamo imparato che con l'impegno s'arriva ovunque.