Il lavoro del regista è un po' come quello del torero: il suo compito è quello di dare un ordine alla propria spinta creativa cercando il consenso del pubblico. Manolete è uno dei pochi film internazionali che mette in luce questa relazione tra due ruoli solo apparentemente differenti, ma accomunati dalla necessità di intrattenere e, in alcuni casi divertire, le folle paganti. Meyjes, regista della suddetta opera, non sarebbe un bravo torero, e, se posto dentro un’arena, finirebbe in balia dell’animale che invece dovrebbe sottomettere.
Biografia sentimentale
Manolete è un film biografico che racconta la vita di Manuel Rodriguez Sanchez, in arte appunto Manolete, celeberrimo torero degli anni ’40. Più che sulla tauromachia, l’accento viene posto sulla vita sentimentale del protagonista, che cambia repentinamente dopo l’incontro con Lupe Sino, donna già coniugata la cui condizione determinò un certo ostracismo nei confronti della coppia da parte delle autorità. Come nella più classica delle storie d’amore, il connubio tra sfera pubblica (la carriera di Manolete) e sfera privata (la relazione con Lupe) provocherà un conflitto che avrà tragiche conseguenze. La presenza in Manolete di due pulsioni ritenute antitetiche solo ad un’analisi superficiale (Eros e Thanatos), offre al regista la possibilità di inscenare una loro perfetta convivenza, esaltata da un montaggio che, soprattutto nelle fasi finali del film, alterna il momento erotico a quello sadico della vita del torero.
Un classicismo esasperante
Malgrado l’interesse che una figura come quella di Manolete genera, l’opera è attanagliata da numerosi difetti, primo dei quali quello di chiudersi eccessivamente all’interno dei dettami del melodramma, determinando una perdita di interesse nello spettatore a causa della sua prevedibilità e di numerose forzature formali. Manolete parla troppo di frequente con il pubblico, reiterando fino all’inverosimile inquadrature, sequenze, situazioni che possono rendersi utili solo per il più distratto dei fruitori. L’effetto è irritante e l’idea che ne scaturisce è quella di aver voluto realizzare un film per le grandi masse, evidentemente poco dotate di materia grigia o di capacità di concentrazione, a parere del regista.
Le tematiche più interessanti che la trama potrebbe sollevare (la fragilità affettiva di un eroe spagnolo, la dittatura di Franco, la ricerca disperata di una fine "grandiosa") restano sospese in favore dell’accurata descrizione sull’involuzione del rapporto sentimentale tra i due protagonisti. Nonostante il ricorso all’ambientazione storica, il racconto non assorbe tutti quegli elementi di contorno abbastanza fedelmente riprodotti: la vicenda di Manolete potrebbe essere stata vissuta in qualsiasi epoca, considerando pure che la carcerazione di Lupe, frutto del moralismo del regime del tempo, non condiziona in modo evidente il loro rapporto.
Il cast
Il film si limita quindi a raccontare una storia d’amore scarsamente degna di nota senza preoccuparsi di impreziosirla attraverso elementi che avrebbero potuto donarle uno spessore differente. Persino i due grandi attori principali del film partecipano alla piattezza del complesso, offrendo personaggi stereotipati (la femme fatale Penelope Cruz e il timido e impacciato Adrien Brody) dotati di una scarsa varietà espressiva. Il resto del cast offre una prova incolore, essendo per la maggior parte composto da attori che interpretano personaggi irreali e scarsamente caratterizzati dalla sceneggiatura.
La fine del torero
Manolete è un film costruito troppo esplicitamente sullo spettatore: il tentativo di muovere le sue corde sentimentali naufraga sin dalle prime fasi, trasformandolo in un lavoro artificioso e quasi parodistico. La corrida di Meyjes si conclude nel peggiore dei modi: è il toro a condurre il gioco ed il torero a subirne l’iniziativa, ed il pubblico che ha pagato il biglietto per assistere all’esibizione non può che restare deluso.