| Autore: Alessandro "Oneiros" Torregiani |
“Uomini che odiano le donne” è un libro difficile da portare sul grande schermo. E’ difficile perché come tutti i gialli di buona qualità contiene una dose massiccia di dettagli, ragionamenti, deduzioni, tutte cose che possono essere narrate esplicitamente dallo scrittore, ma che il regista è costretto a dare implicitamente o a riassumere.
Per questo ogni volta che viene annunciata una versione cinematografica di un giallo i fan del libro cominciano a tremare e i critici ad affilare le penne.
Il testo aveva già goduto di un adattamento realizzato in Svezia, “casa natale” e ambientazione del libro, e il risultato era stato molto buono. Perché allora andare a sfidare la sorte una seconda volta? Hubris? Adattamento per il pubblico americano, notoriamente allergico a tutto ciò che non si svolga nei confini degli States?

La risposta a queste due domande è fortunatamente "no"; non si tratta di Hubris perché chi di dovere ha pensato bene di affidare il tutto ad un professionista di altissimo livello come David Fincher; non si tratta di una “yankeizzazione” perché l’ambientazione rimane la Svezia, i nomi rimangono svedesi, nulla viene cambiato a favore dell’altra sponda dell’Atlantico.
Uomini che amano i film
Fincher era l’uomo giusto da chiamare, il suo curriculum è un’impressionante inanellamento di successi di critica e pubblico e ha sempre dimostrato come i film d’azione (mai fine a sé stessa) siano un campo in cui dispone di una notevole esperienza. Un’arte, quella di Fincher, che si mostra nelle fredde e un po’ cupe riprese di Stoccolma, nella selvatichezza naturale dell’isola in cui si svolge gran parte del film, nella bianchissima e fortemente geometrica casa sulla collina.
Il film è duro, aggressivo, si snoda con un ritmo veloce che però non tralascia i dettagli né si mostra indulgente nelle scene di violenza, sbattendo in faccia allo spettatore quello che accade senza filtri o semplificazioni, giudicandolo adulto per confrontarsi con azioni che seppur recitate sono più che mai verosimili e arrivano come un pugno allo stomaco. E’ quasi difficile seguire la scena dello stupro, che arriva dritta allo spettatore con una forza ed efficacia raramente vista in momenti così delicati da rappresentare.
Ma Fincher non è mai stato interessato all’azione pura, al provocare una reazione nello spettatore con la sola violenza. Ci mostra così lo spaccato di vita di una intera famiglia, una famiglia di ricchi industriali, i Vanger, in cui la vena della follia si è instaurata da tempo e si è diffusa su più rami, lasciandone pochi completamente sani. Ci mostra questo spaccato con l’uso frequente di flashback illuminati come le foto ormai ingiallite del passato, come quelle foto che si tengono nel cassetto in ricordo di una vacanza estiva negli anni ‘60. Nei flashback il contrasto tra l’aspetto lindo e perfetto delle immagini, tra l’aurea da ricordo felice e quello che lo spettatore vede o conosce crea un conflitto che mette quasi a disagio.
A mettere ordine nel caos di questa famiglia viene chiamato Mikael Blomkvist, giornalista d’inchiesta appena uscito distrutto da un processo per diffamazione dove non è riuscito a provare la concretezza delle proprie accuse contro un imprenditore malavitoso. Gli viene proposto di riscattarsi con il supporto di Henrik Vanger, “capo famiglia” e vero artefice delle industrie Vanger, che lo incarica di scoprire cosa sia successo a sua nipote Harriet, scomparsa misteriosamente 36 anni prima.

I traumi infantili sono difficili da superare
La ricerca sarà complessa e porterà a pochi risultati fino a che Blomkvist non deciderà di chiedere l’aiuto di Lisbeth, impressionato dalle capacità della ragazza dopo aver letto il dossier che lei aveva preparato su di lui per conto di Henrik Vanger.
Lisbeth è una ragazza particolare, messa sotto il controllo dei servizi sociali fin da bambina per incapacità mentale: presenta una tipica personalità borderline incline a scatti di violenza, e sembra essere dotata di particolari capacità di apprendimento che la hanno resa un’abilissima hacker (termine per una volta non usato completamente a sproposito visto che la ragazza sembra utilizzare qualche tecnica perlomeno plausibile). Queste sua capacità la hanno portata ad essere uno dei migliori investigatori per una ditta di indagini private, e ciò sarà fondamentale per Blomkvist. I due si ritroveranno ad analizzare dati, foto e archivi in cerca del più piccolo dettaglio in grado di dare un senso alla scomparsa della ragazza, in un susseguirsi di pensieri e intuizioni a volte difficili da seguire.
La lunghezza del film (ben 160 minuti) ha permesso a Fincher di muoversi sia nello spazio - le indagini e la narrazione si svolgono in luoghi diversi - sia nel tempo, con l’uso frequente dei già citati flashback. Per la prima metà del film poi le storie di Blomkvist e Lisbeth scorrono parallele senza incrociarsi, ed è in questa parte della storia di Lisbeth che Fincher sembra trovarsi maggiormente a proprio agio. Il disagio vissuto dalla ragazza è reso molto bene, merito di Fincher ma anche di Rooney Mara, l’attrice che la interpreta, in grado di essere credibile sia durante i violenti scatti di ira che nei momenti in cui la giovane si avvicina all’autismo. Mara riesce nel delicato compito di non creare un eccessivo stereotipo della persona con problemi mentali, mostrandoci tutti i lati della complessa personalità di Lisbeth.
Il cast è di ottimo livello, tutti gli attori a partire da Daniel Craig e Christopher Plummer alla star svedese Stellan Skarsgård mettono in scena il proprio personaggio senza sbavature o incertezze, riuscendo convincenti e credibili nei loro rispettivi ruoli. E’ un peccato che ad alcuni di loro non sia stata data la possibilità di esprimersi maggiormente.
Ti entra nelle ossa
Ciò che viene percepito di più nel film è il freddo: il freddo dell’inverno svedese, il freddo delle case di persone traumatizzate, il freddo del vuoto nei lunghi corridoi di un archivio, il freddo sul volto delle persone.
Non c’è un vero e proprio lieto fine, e non solamente perché il libro da cui è tratto è solo il primo di una trilogia, ma perché quella sensazione di freddo non viene mai via del tutto, è sempre lì a ricordarci l’incombenza delle brutte notizie. Non è forse un caso che solamente i flashback di Henrik siano rappresentati come assolati e in piena estate, eventi del passato filtrati da una memoria che li ricorda con nostalgia.

L’aspetto musicale ha un pregio spesso tralasciato, ovvero il fatto che si fonde così bene con le immagini che quasi ci si dimentica di prestare attenzione, perché la musica accompagna con naturalezza ogni scena. Non è presente una musica “didascalica”, che suggerisce allo spettatore che sensazione provare, ma una musica che dà forza alle immagini.
Di particolare impatto è la sequenza dei titoli di testa, un vero capolavoro di regia e idea artistica, sostenuta da una musica martellante che ti entra nelle orecchie e le fa rimbombare al ritmo delle immagini che passano sullo schermo (alla colonna sonora ha lavorato Trent Reznor, e il pezzo dei titoli è infatti la cover dei Nine Inch Nails di “Immigrant Song”), dando una forza notevolissima a una sequenza quasi astratta e di forte impatto, tanto da riuscire a rubare completamente la scena agli stessi titoli di testa che dovrebbe supportare.
“Millenium - Uomini che odiano le donne” è un titolo che era atteso con qualche scetticismo da parte di tutti, sembrava che il tutto fosse stato fatto solo per sfruttare il successo commerciale della serie, ma Fincher ha saputo operare bene e quello che ci presenta è un film molto riuscito, un film crudo ed efficace a cui è difficile muovere critiche. Quella che gli si può sicuramente muovere però è di non aver approfondito a dovere la psicologia di Blomkvist e non aver osato andare più a fondo nella mente dell’assassino, cosa che avrebbe reso il personaggio più interessante. In generale si ha la sensazione che alcuni personaggi secondari siano stati sfruttati poco, e che nel testo originale avessero più risalto.
Altra critica che si può muovere al film è l’eccessiva velocità con cui a volte vengono fatti notare dei dettagli fondamentali: un rapido passaggio di camera e Blomkvist o Lisbeth che indicano cosa guardare, pochi istanti per lo spettatore per rendersi effettivamente conto di cosa stiano indicando, con il rischio di perdere qualcosa. E’ palese che ciò sia dovuto alla necessità di dover far rientrare in scene di pochi minuti ragionamenti che nel libro potevano durare anche pagine, ma ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di più in merito da un regista che non è certo un novellino.
Conclusioni
Lo spettatore che entra in sala, se non conosce già il libro o il film svedese, si troverà probabilmente di fronte a qualcosa di diverso di quello che si aspettava, qualcosa che può arrivare a colpirlo direttamente e a farlo sentire disorientato. La struttura di fondo non è differente da quella di un qualsiasi giallo, non brilla per intuizioni geniali ma lo fa per un costante e continuo lavoro di precisione. Alla fine del film si esce dalla sala soddisfatti di aver visto un buon giallo e un film molto ben girato, probabilmente non il migliore di Fincher o una pellicola che rivoluzionerà qualcosa, ma comunque un’ottima opera.
| Trama | Cast | Audio | Doppiaggio | Scenografia |
| 8 | 9 | 9 | 9 | 8.5 |
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