Come d’incanto

Era il 7 ottobre 1971 quando Robert Stevenson arrivò sul grande schermo insieme con la Walt Disney Productions gestendo la regia di uno dei capolavori della tecnica mista, che replicava il successo di Mary Poppins, dello stesso regista e di appena 6 anni prima: Pomi d’Ottone e Manici di Scopa, interpretato non tanto da una impeccabile Angela Lansbury (La Signora in Giallo), ma da un inenarrabile David Tomlinson nel ruolo del Professore Emelius Browne. A distanza di trent’anni la tecnica mista ha conquistato il mercato cinematografico, rimpinguato da Balto, Fantasia 2000, Stuart Little, Scooby Doo e Alvin Superstar, fino ad arrivare a Come d’Incanto, diretto da Kevin Lima, co-sceneggiatore di Aladdin, e rilasciato in Italia il 7 dicembre 2007.

Il bacio del vero amore

Quale magia è più forte del bacio del vero amore? Se lo chiedessimo a Giselle (Amyy Adams), la protagonista di Come d’Incanto, nessuna. La giovane fanciulla, una Biancaneve d’altri tempi, vive spensierata nel suo albero cavo nel bosco, in attesa del suo vero amore. Il Principe Edward (James Marsden) è altresì alla ricerca della sua prossima sposa, che tra una caccia ai troll e un’altra è il suo pensiero fisso: cos’è d’altronde un uomo, anche il più indaffarato e distratto, senza la propria metà? Al primo incontro dei due la scintilla scatterà e il loro matrimonio sarà solo una formalità.

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A distruggere, però, il loro per sempre sarà la Regina Narissa (Susan Sarandon), la matrigna di Edward, spaventata dalla possibilità di essere detronizzata dalla bella Giselle: convincendo la ragazza dell’esistenza di un pozzo dei desideri, quindi, la getterà lontana dal mondo fiabesco nel quale vive per catapultarla nella fredda New York, a Manhattan, in un posto dove nessuno vive felice e contento. L’impavido Principe, accompagnato dal fastidioso Nathaniel e dallo scoiattolo Pip, si getterà all’inseguimento della fanciulla, nel frattempo salvata da Robert (Patrick Dempsey), un avvocato divorzista intento ad organizzare le proprie nozze. Tra le strade della Grande Mela verrà meno il mondo fiabesco di Andalasia nel quale viveva Giselle, ora costretta a rapportarsi ad una realtà fuori dai suoi schemi, irreale per lei, reale per noi.

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Siate romantici, siate…

Insegnò una lezione di vita dalla quale difficilmente potremo mai discostarci Robert Stevenson negli anni ’60 e ’70, dapprima con Mary Poppins e dopo con Pomi d’Ottone e Manici di Scopa: esiste un sottile, ma visibile, filo conduttore tra la realtà e la finzione. La tata più famosa di Londra, accompagnata dall’eccellente spalla Bert (Dick Van Dyke), riuscì a trasformare l’essere sprucido di un uomo, in quel caso George Banks (David Tomlinson, sempre lui), in un romantico. Stessa sorte toccò alla Lansbury qualche anno più tardi, con sempre Tomlinson nel ruolo del redento, anche stavolta trasformato da eccentrico e fannullone mago in un romantico. In Come d’Incanto l’esperimento, riuscito, è doppio: non sarà solo Giselle ad affrontare, con piacere, la realtà dell’amore e le sue dietrologie, ma sarà anche Robert a comprendere come dietro ogni saldo rapporto razionale è necessaria un po’ di magia. Se la verità sta nel mezzo, di sicuro Come d’Incanto ce lo insegna: così Giselle, dopo essersi lasciata cogliere da Edward in un cliché del primo fulmine, deciderà di volere un appuntamento e di voler realmente conoscere il principe che sta per sposare. Così anche Robert, invischiato in un rapporto duraturo e quasi logorato dal tempo, capirà la magia dell’amore, risentendone anche sul lavoro e dimenticando il suo interesse: vedere le persone divorziare, separarsi, per sempre.

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Nell’intreccio di due mondi, l’uno allegro e spensierato e l’altro serioso e troppo reale, si compirà la magia del momento, legata da quel sottile filo di cui parlava Robert Stevenson, che, anche stavolta, è l’essere romantico. È l’essere romantico di Mary Poppins che con un po’ di zucchero faceva scendere la pillola o che saltava in un dipinto di Bert, che sapeva quanto fosse bello passeggiar con Mary; è l’essere romantico di Eglantine Price, che nella sua persona distinta cederà al viaggio nell’isola di Naboombu per scoprire il lato nascosto del professor Browne; è l’essere romantico di Robert, che nel canto di Giselle capirà cosa significa amare. E ancor prima della sconfitta vera per la Regina, a distruggerla sarà scoprire che il nostro non è un mondo dove non si vive felici e contenti.

Quale magia? È solo amore

L’intera produzione non si esalta soltanto nella sua dietrologia, ma anche nella resa, così da poter rendere Come d’Incanto un film per tutti, lasciando ai pochi la bontà della disamina appena conclusa. Gli effetti speciali, manifestati soprattutto nella prorompente presenza di Narissa a New York e nelle gestualità di Pip lo scoiattolo, sono accompagnati da una maestosa colonna sonora: come d’altronde non immaginarselo dinanzi al lavoro di Alan Menken (Oscar nel 1990, 1992, 1993, 1996 per la miglior colonna sonora), che nel proprio curriculum annovera capolavori sonori riproposti in Aladdin, La Sirenetta e La Bella e La Bestia: proprio da queste ultime due vengono ripresi molti temi, per riproporre 80 anni di classici Disney, che vanno a comporre molte delle gestualità di Giselle e dei suoi pensieri. Come d’Incanto è, inoltre, un condensato di citazioni auliche: il “Bella Notte” è lo stesso ristorante di Lilli e il Vagabondo, la famiglia per la quale Robert sta gestendo il divorzio ha lo stesso cognome della famiglia dove Mary Poppins viene assunta e, per esempio soltanto, il vestito di Edward è lo stesso di Eric de La Sirenetta. Sono moltissimi altri i riferimenti, ma riportarli sarebbe ridondante. Ci accontentiamo di citare i più lampanti e scontati, in una produzione che fa della sua forza l’ispirazione al classico.

Per quanto? Per…

Non è sicuramente un film facile da valutare Come d’Incanto: una produzione atipica che vuole smielatamente trasmettere un messaggio. Di primo acchito, sinceramente, verrebbe da bocciare l’intenzione di riproporre l’ennesima storia d’amore a mo’ di cliché, ma è palese come si commetterebbe un errore imperdonabile. C’è di più in Come d’Incanto, così come c’è di più in ogni produzione della Disney: c’è del romantico, c’è del profondo, c’è una morale di vita, più pesante e intensa delle normali. Sicuramente non stiamo parlando di un film per tutti, come già anticipato in precedenza, e che potrebbe essere accettato per le sue sfaccettature: è ironico, è comico, è irriverente, si veste di una componente oscura e dai toni epici, lontani però, è romantico e vuole essere romantico.

Come d’Incanto in poche parole vuole essere una cosa soltanto: un per …sempre.

Author: Baldo Milanesi

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