Death Note
Dic13

Death Note

L’anime è stato tratto dall’omonimo manga ideato e scritto da Tsugumi Oba e disegnato da Takeshi Obata. Venne pubblicato settimanalmente su Weekly Shonem Jump da dicembre 2003 a maggio 2006.

Grazie al successo in patria, il 3 ottobre 2006 ne è derivata una serie animata composta da 37 episodi, trasmessi in Italia su MTV, inoltre sono stati realizzati tre film live action e due special. I due special dal nome “Death Note Rewrite: The Visualizing God” e “Death Note Rewrite 2: L’s successors” riassumono gli episodi della seria televisiva (il primo fino al 26 il secondo fino al 37), includendo delle scene e dei dialoghi completamente inediti.

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La storia tratta di Light Yagami, uno studente modello, annoiato dal suo stile di vita e da un mondo corrotto che lo circonda, nel quale persone meritevoli non riescono ad imporsi e vengono schiacciate dai malvagi. La sua vita cambia quando, casualmente, trova fuori da scuola un quaderno nero su cui è impressa la scritta “Death Note”, e le istruzioni dicono che qualsiasi persona il cui nome venga scritto sul quaderno morirà. Anche se inizialmente scettico sull’autenticità del quaderno, Light si ricrede mentre assiste alla morte di due criminali di cui aveva scritto il nome pochi instanti prima.

Poco tempo dopo uno shinigami (un Dio della morte) di nome Ryuk, vero proprietario del quaderno, si presenterà al protagonista, confermando ancora una volta che l’oggetto non è falso. L’obiettivo di Light quindi sarà quello di diventare il “Dio del nuovo mondo”, nel quale deciderà lui stesso leggi e punizioni e nel quale potranno vivere solo le persone da lui giudicate giuste. Le continue morti provocate da Kira, soprannome dato a Light  dai media nipponici e che deriva dalla parola inglese killer, cattura l’attenzione dell’Interpol che decide di assoldare Elle, il detective più bravo del mondo, per scoprire il vero volto del criminale che si nasconde dietro quello pseudonimo. La storia vedrà quindi contrapporre continue lotte d’ingegno tra Kira ed Elle per scoprire l’identità dell’altro. P

eccato che, per quanto la trama si lasci seguire senza nessun problema nella prima parte della storia, nella seconda troviamo scene noiose e al limite del ripetitivo che fanno comprendere senza alcun dubbio che gli autori abbiano allungato la brodaglia e che in verità la serie doveva finire ben prima. Le differenze con la versione cartacea sono minime, se non per il finale che comunque resta molto simile.
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Il character design è ben realizzato anche se gli unici personaggi che rimangono in mente, oltre agli shinigami, sono Elle e Light, mentre gli altri sembrano di contorno. Le animazioni sono di buon livello, probabilmente per la poca presenza di scene d’azione particolarmente complesse..
La parte sonora è caratterizzata da una soundtrack veramente ben composta e da due Opening ed Ending di buona fattura, per di più il doppiaggio è veramente buono con voci che si sposano perfettamente con i personaggi.

Nella versione televisiva italiana si nota la scelta di effettuare delle piccole censure, come per esempio l’utilizzo di sinonimi poco efficaci tutte le volte in cui Light si autodefinisce “Dio del nuovo mondo”. Altra nota dolente della controparte nostrana è il doppiaggio, che a parte la voce del protagonista e quella di Elle, per chi è abituato ad ascoltare gli anime in lingua originale, è qualcosa di davvero pessimo, soprattutto quella di Misa.

In definitiva, l’anime di Death Note si assesta su buoni livelli qualitativi, con personaggi che piacciono e con una parte audio di tutto rispetto.
A differenza di quello che può sembrare a prima vista è da comprendere, che anche se i temi trattati sembrano di genere seinen, l’anime è uno shonen; quindi se si sta cercando un anime serio con componente psicologica sviluppata, Death Note potrebbe non fare per voi.

È consigliato un po’ a tutte le persone che stanno cercando qualcosa di interessante da vedere, anche se ai veterani del “made in Japan” potrebbe non sembrare nulla di innovativo perché gli argomenti come la morte, gli shinigami, i combattimenti mentali tra due personaggi sono facilmente trovabili in altri anime.

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Crank
Nov22

Crank

Se ti fermi sei morto

Era il 2006 e due registi provenienti dal mondo della pubblicità facevano conoscere al mondo la loro idea di cinema: si trattava del duo Mark Neveldine / Bryan Taylor, che esordivano sul grande schermo con il loro “Crank”, che significa letteralmente “manovella”, un film che sicuramente “carica”. Dopo aver scritto la sceneggiatura, il duo si è anche occupato della regia, gestendo come due burattinai il povero Jason Statham, protagonista del film, sballottato da una parte all’altra di Los Angeles in cerca di vendetta e sopratutto di un cura per il veleno che gli è stato iniettato, consapevole che l’unica cosa che può rallentare la sua morte è aumentare il tasso di adrenalina presente nel suo corpo. Tanta, tantissima azione, spesso frenetica fino all’esasperazione, ma anche tanta innovazione, idee originali e spunti interessanti, per un film veloce, diretto e sopratutto divertente, aspetto inusuale per il genere. “Crank” ricorda per molti aspetti un videogame, oltre ad essere ricco di citazioni è il protagonista, in molte sequenze, a ricordare i movimenti dei protagonisti di videogiochi arcade: corre, corre, corre e spara, raccoglie munizioni e corre ancora, senza sosta. Prodotto dalla Lakeshore Entertainment e dalla Lions Gate Films, ha ricevuto critiche molto positive diventando ben presto un piccolo cult.

 

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Veleno nel sangue, vendetta nel cuore

Chev Chelios (Jason Statham) è un killer che lavora per una grossa organizzazione criminale di Los Angeles comandata dal boss Carlito (Carlos Sanz); durante il suo ultimo lavoro, Chev decide di risparmiare la vita alla vittima designata, il boss della mafia cinese Dom Kim (Keone Young), ammonendolo sul fatto che però sarebbe dovuto sparire dalla città, in quanto per l’organizzazione di Carlito era morto. Chev, un killer professionista piuttosto navigato, si è stancato della sua vita e ora che ha una relazione stabile con Eve (Amy Smart) vuole chiudere con il passato e ripartire da zero. Purtroppo per lui l’uccisione del boss cinese è un grosso errore e, nonostante Dom Kim non sia affatto morto, Chev dovrà pagare in prima persona: il giorno seguente, tramite un video, Chev scoprirà di essere stato avvelenato da un suo rivale ora in affari con i cinesi, Ricky Verona (Josè Pablo Cantillo), il quale gli ha iniettato il misterioso “cocktail di Pechino”, un miscuglio di droghe che porta all’arresto cardiaco in breve tempo. In costante collegamento telefonico con Doc Miles (Dwight Yoakam), medico che lavora spesso per la mafia, Chev cercherà di guadagnare tempo aumentando il flusso di adrenalina per rallentare il veleno: per scongiurare l’arresto cardiaco Chev cercherà costantemente di mettersi in situazioni eccitanti o di pericolo, facendo ricorso anche ad adrenalina artificiale (epinefrina), litri di Red Bull e addirittura a un defibrillatore. Mentre cerca di rimanere vivo, in testa ha solo tre cose: mettere in salvo la sua ragazza, trovare una cura e uccidere il responsabile della sua (teorica) morte, Ricky Verona. Ci riuscirà?

 


 

Giovani, ambiziosi e innovativi

All’epoca sconosciuti e al loro esordio in un lungometraggio, Mark Neveldine e Brian Taylor sorpresero positivamente con il loro “Crank”, con una regia innovativa, originale, diretta e molto divertente; i due, infatti, oltre a realizzare una sceneggiatura semplice e non troppo pretenziosa, ideale per questo tipo di film, esibiscono uno stile tutto loro dietro la macchina da presa, realizzando scene che rimandano molto al mondo dei videogiochi e a quello dei video musicali, sviluppando idee originali come quella di Mark Neveldine di filmare di persona alcune sequenze su pattini a rotelle, trasportando così lo spettatore al centro della scena, nel bel mezzo dell’azione. I due dimostrano comunque di avere talento e passione, curando anche i dettagli di ogni singola scena e inserendo elementi nuovi e divertenti in alcune sequenze, riescono a dare velocità a tutto il film, velocità che non diminuisce, anzi, aumenta anche quando il protagonista dovrebbe fermarsi per riprendere fiato. Molto buono anche il lavoro di Adam Biddle, direttore della fotografia e fratello del più noto Adrian scomparso nel 2005, che riesce a dare un taglio ancor più da videogame ad alcune scene, giocando con effetti di luci ed ombre. Stesso discorso per la colonna sonora, molto curata e veramente ben scelta, che ricalca perfettamente le varie scene così diverse fra loro. Tutto positivo, dunque, e a tratti anche volutamente assurdo, eccessivamente violento, esagerato, ma comunque piacevolmente sorprendente.

 

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Jason il predestinato

Nella vita, come in “Crank”, il percorso di Jason Statham sembra chiaro fin dall’inizio: nel film l’attore inglese è destinato a morte certa, avvelenato con un mix di droghe potentissimo, ma non sembra essere dell’idea di andarsene tanto in fretta, almeno non prima di sistemare un paio di cose, aspetto che lascia incerto il suo destino fino alla scena finale. Nella vita, già dal suo esordio in “Lock & Stock,” Statham sembrava avviato ad una brillante carriera di attore di un certo tipo, ma la sua bravura nelle arti marziali e il suo fisico adatto ai ruoli da duro lo hanno ben presto trasformato in uomo d’azione, votato ai ruoli del genere, come testimonia la sua filmografia. Fatto sta che l’attore è il protagonista ideale di una pellicola come “Crank”, con il suo sguardo da pazzo e l’ironia che talvolta lo accompagna nel suo viaggio alla ricerca della vendetta. Statham offre una prestazione davvero notevole, esaltando le sue qualità e correndo letteralmente per tutto il film nei panni del killer Chev Chelios, mostrando di tanto in tanto anche una certa mimica facciale. Al suo fianco la bella Amy Smart (qualcuno la ricorderà di sicuro in “Road Trip” o nella seconda stagione della serie tv “Scrubs”) nel ruolo di Eve, fidanzata un po’ tra le nuvole di Chev, inizialmente all’oscuro della professione del suo uomo, presente fino alla fine del film nei pensieri del protagonista. In aiuto del povero Chev accorreranno Kaylo (Efren Ramirez), amico fidato del killer, e il dottor Miles (interpretato dal cantautore e attore Dwight Yoakam), che cercherà di tenere in vita il protagonista il più possibile. Il nemico giurato di Chev sarà Ricky Verona, interpretato da Josè Pablo Cantillo e spalleggiato da Carlos Sanz nel ruolo del boss Carlito. Altri personaggi da segnalare sono Keone Young nel ruolo del boss della triade Dom Kim, Reno Wilson nel ruolo dell’amico Orlando e Jay Xcala nei panni del malcapitato fratello di Ricky Verona, Alex. Ultima segnalazione per Chester Bennington, leader dei Linkin Park, in una piccola comparsa nel ruolo di un cliente di una farmacia.

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La manovella gira ancora

Non poteva essere altrimenti dopo il finale di “Crank”, quando viene spontaneo chiedersi “ma Chev è vivo o morto?”; il sequel, intitolato “Crank: High Voltage”, spiegherà un po’ di cose, sopratutto che cosa ne è di Chev Chelios. Certo dopo l’azione frenetica del primo capitolo di quella che dovrebbe essere una trilogia, ci vuole un attimo di pausa, altrimenti si rischia di collassare. Tirando le somme, “Crank” è senza dubbio meritevole di un giudizio positivo, è un film d’azione innovativo e divertente, non vuole perdersi in trame e sottotrame complicate e, inoltre, vedere Jason Statham correre come un matto mentre indossa solamente un camice da ospedale non ha prezzo. Il riscontro al botteghino è stato soddisfacente, oltre 40 milioni di dollari di incasso a fronte di 12 milioni di budget, e se consideriamo il numero limitato di sale nelle quali è stato distribuito è sicuramente un buon risultato.

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Come d’incanto
Nov03

Come d’incanto

Era il 7 ottobre 1971 quando Robert Stevenson arrivò sul grande schermo insieme con la Walt Disney Productions gestendo la regia di uno dei capolavori della tecnica mista, che replicava il successo di Mary Poppins, dello stesso regista e di appena 6 anni prima: Pomi d’Ottone e Manici di Scopa, interpretato non tanto da una impeccabile Angela Lansbury (La Signora in Giallo), ma da un inenarrabile David Tomlinson nel ruolo del Professore Emelius Browne. A distanza di trent’anni la tecnica mista ha conquistato il mercato cinematografico, rimpinguato da Balto, Fantasia 2000, Stuart Little, Scooby Doo e Alvin Superstar, fino ad arrivare a Come d’Incanto, diretto da Kevin Lima, co-sceneggiatore di Aladdin, e rilasciato in Italia il 7 dicembre 2007.

Il bacio del vero amore

Quale magia è più forte del bacio del vero amore? Se lo chiedessimo a Giselle (Amyy Adams), la protagonista di Come d’Incanto, nessuna. La giovane fanciulla, una Biancaneve d’altri tempi, vive spensierata nel suo albero cavo nel bosco, in attesa del suo vero amore. Il Principe Edward (James Marsden) è altresì alla ricerca della sua prossima sposa, che tra una caccia ai troll e un’altra è il suo pensiero fisso: cos’è d’altronde un uomo, anche il più indaffarato e distratto, senza la propria metà? Al primo incontro dei due la scintilla scatterà e il loro matrimonio sarà solo una formalità.

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A distruggere, però, il loro per sempre sarà la Regina Narissa (Susan Sarandon), la matrigna di Edward, spaventata dalla possibilità di essere detronizzata dalla bella Giselle: convincendo la ragazza dell’esistenza di un pozzo dei desideri, quindi, la getterà lontana dal mondo fiabesco nel quale vive per catapultarla nella fredda New York, a Manhattan, in un posto dove nessuno vive felice e contento. L’impavido Principe, accompagnato dal fastidioso Nathaniel e dallo scoiattolo Pip, si getterà all’inseguimento della fanciulla, nel frattempo salvata da Robert (Patrick Dempsey), un avvocato divorzista intento ad organizzare le proprie nozze. Tra le strade della Grande Mela verrà meno il mondo fiabesco di Andalasia nel quale viveva Giselle, ora costretta a rapportarsi ad una realtà fuori dai suoi schemi, irreale per lei, reale per noi.

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Siate romantici, siate…

Insegnò una lezione di vita dalla quale difficilmente potremo mai discostarci Robert Stevenson negli anni ’60 e ’70, dapprima con Mary Poppins e dopo con Pomi d’Ottone e Manici di Scopa: esiste un sottile, ma visibile, filo conduttore tra la realtà e la finzione. La tata più famosa di Londra, accompagnata dall’eccellente spalla Bert (Dick Van Dyke), riuscì a trasformare l’essere sprucido di un uomo, in quel caso George Banks (David Tomlinson, sempre lui), in un romantico. Stessa sorte toccò alla Lansbury qualche anno più tardi, con sempre Tomlinson nel ruolo del redento, anche stavolta trasformato da eccentrico e fannullone mago in un romantico. In Come d’Incanto l’esperimento, riuscito, è doppio: non sarà solo Giselle ad affrontare, con piacere, la realtà dell’amore e le sue dietrologie, ma sarà anche Robert a comprendere come dietro ogni saldo rapporto razionale è necessaria un po’ di magia. Se la verità sta nel mezzo, di sicuro Come d’Incanto ce lo insegna: così Giselle, dopo essersi lasciata cogliere da Edward in un cliché del primo fulmine, deciderà di volere un appuntamento e di voler realmente conoscere il principe che sta per sposare. Così anche Robert, invischiato in un rapporto duraturo e quasi logorato dal tempo, capirà la magia dell’amore, risentendone anche sul lavoro e dimenticando il suo interesse: vedere le persone divorziare, separarsi, per sempre.

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Nell’intreccio di due mondi, l’uno allegro e spensierato e l’altro serioso e troppo reale, si compirà la magia del momento, legata da quel sottile filo di cui parlava Robert Stevenson, che, anche stavolta, è l’essere romantico. È l’essere romantico di Mary Poppins che con un po’ di zucchero faceva scendere la pillola o che saltava in un dipinto di Bert, che sapeva quanto fosse bello passeggiar con Mary; è l’essere romantico di Eglantine Price, che nella sua persona distinta cederà al viaggio nell’isola di Naboombu per scoprire il lato nascosto del professor Browne; è l’essere romantico di Robert, che nel canto di Giselle capirà cosa significa amare. E ancor prima della sconfitta vera per la Regina, a distruggerla sarà scoprire che il nostro non è un mondo dove non si vive felici e contenti.

Quale magia? È solo amore

L’intera produzione non si esalta soltanto nella sua dietrologia, ma anche nella resa, così da poter rendere Come d’Incanto un film per tutti, lasciando ai pochi la bontà della disamina appena conclusa. Gli effetti speciali, manifestati soprattutto nella prorompente presenza di Narissa a New York e nelle gestualità di Pip lo scoiattolo, sono accompagnati da una maestosa colonna sonora: come d’altronde non immaginarselo dinanzi al lavoro di Alan Menken (Oscar nel 1990, 1992, 1993, 1996 per la miglior colonna sonora), che nel proprio curriculum annovera capolavori sonori riproposti in Aladdin, La Sirenetta e La Bella e La Bestia: proprio da queste ultime due vengono ripresi molti temi, per riproporre 80 anni di classici Disney, che vanno a comporre molte delle gestualità di Giselle e dei suoi pensieri. Come d’Incanto è, inoltre, un condensato di citazioni auliche: il “Bella Notte” è lo stesso ristorante di Lilli e il Vagabondo, la famiglia per la quale Robert sta gestendo il divorzio ha lo stesso cognome della famiglia dove Mary Poppins viene assunta e, per esempio soltanto, il vestito di Edward è lo stesso di Eric de La Sirenetta. Sono moltissimi altri i riferimenti, ma riportarli sarebbe ridondante. Ci accontentiamo di citare i più lampanti e scontati, in una produzione che fa della sua forza l’ispirazione al classico.

Per quanto? Per…

Non è sicuramente un film facile da valutare Come d’Incanto: una produzione atipica che vuole smielatamente trasmettere un messaggio. Di primo acchito, sinceramente, verrebbe da bocciare l’intenzione di riproporre l’ennesima storia d’amore a mo’ di cliché, ma è palese come si commetterebbe un errore imperdonabile. C’è di più in Come d’Incanto, così come c’è di più in ogni produzione della Disney: c’è del romantico, c’è del profondo, c’è una morale di vita, più pesante e intensa delle normali. Sicuramente non stiamo parlando di un film per tutti, come già anticipato in precedenza, e che potrebbe essere accettato per le sue sfaccettature: è ironico, è comico, è irriverente, si veste di una componente oscura e dai toni epici, lontani però, è romantico e vuole essere romantico.

Come d’Incanto in poche parole vuole essere una cosa soltanto: un per …sempre.

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Colazione da Tiffany
Ott03

Colazione da Tiffany

Holly è una ragazza bellissima e sofisticata che vuole assolutamente sposare un milionario. Un giorno conosce il suo nuovo vicino: Paul, un giovane scrittore in crisi mantenuto da un’amante più anziana di lui….

Genere: Drammatico
Film diretto da Blake Edwards con Audrey Hepburn e George Peppard

Fiume di Luna

Da un piccolo romanzo di Truman Capote nel 1961 la Paramount Pictures non ha minimamente idea di quello che verrà tratto dal regista Blake Edwards: una commedia senza tempo, una storia bellissima di una figura femminile destinata ad entrare nella storia del cinema con tutte le sue stravaganze, le debolezze e le fragilità. “Colazione da Tiffany” non è una semplice storia romantica è molto di più: un’analisi sottile e concreta di uno degli infiniti angoli che compongono la mente di una donna moderna, apparentemente emancipata, e sicura di sè nella società frenetica dell’età contemporanea. In più nella Hollywood pudica e perbenista dei primi anni ’60 viene portata sul grande schermo la storia di un’escort, perchè questo fa per vivere la dolce Holly. Edwards sarà abile a far intendere il tutto senza mai dirlo in modo esplicito, un gioco di allusioni per salvare il film dalla scure della censura e dare l’illusione che la vita della ragazza sia veramente fatta di diamanti e feste che finiscono all’alba con una “Colazione da Tiffany”, in modo innocente e garbato.

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Bruno
Ago19

Bruno

Non c’è due senza tre

 

E’ terrificante, irriverente, devastante, esilarante, scioccante, vietato ai minori, e vietato anche ai maggiori. Dopo il “grande successo” di Borat, ritorna il nostro Kazako preferito, dove lascerà giacca e cravatta (e tanta voglia di donna) per vestire i panni di un modello gay. Ad accompagnarlo, o meglio, a dirigerlo in quest’impresa sarà ancora Larry Charles (regista di Borat e Religiolus).
Un film che tocca gli argomenti di maggior interesse mondiale: omosessualità, conflitti esteri, riscaldamento globale, razzismo, materialismo, religione, aggiungendo una vena comico/demenziale come solo lui sa fare.

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L’immagine provocante che anticipò l’uscita del film

 

Le vie della moda sono spesso tortuose

 

Brüno sposa il tipico stereotipo della moda: abiti improponibile, e una tendenza all’omosessualità. Passa la vita tra un vestito e l’altro, condividendo momenti mooolto intimi con l’amico pigmeo (dove non si risparmiano di certo scene esilaranti, quanto imbarazzanti), inoltre conduce un programma televisivo non proprio ortodosso. Una vita tutto sommato “normale” per il nostro austriaco (da notare la dieresi nel nome, e la pronuncia italianizzata), ma pronta a cambiare rapidamente, dalle stelle alle stalle; la fine che nessun modello vorrebbe mai fare. E sarà proprio così che, durante un incidente in scena, verrà cacciato dall’emittente e deciderà di emigrare in America, per iniziare la sua nuova vita, ma ben presto scoprirà di essere un pesce fuor d’acqua, e tenterà in tutti i modi di cambiare, arrivando ad adottare persino un figlio.

 

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D&G!?!?!?!?!?!?

 

Scene talmente assurde da sembrare vere

 

Dai palchi austriaci ai set americani, Brüno si troverà ad affrontare le passerelle, gli studi televisivi e le chiese (nonchè i suoi appartamenti privati). Ovviamente in ogni luogo spunterà il lato Borat della situazione. Momenti irriverenti, che non potrebbero mai succedere nella vita reale, si fanno spazio e colpiscono direttamente chi guarda il film, lasciandolo a metà tra lo stupore e la risata. Il punto forte del film però è espresso nell’atteggiamento e nel look del protagonista. Vestiti talmente alla moda da essere anni luce nel futuro, improponibili al vedersi (come il celebre abito di plastica trasparente), uniti alle movenze gay del personaggio, che lo rendono ancora più credibile.

Un buon lavoro è stato svolto dal doppiaggio, il quale ha fatto in modo di dare al personaggio la tipica voce da tedesco italianizzato, spesso usata dai giovani nelle imitazioni.

La colonna sonora di questo film contiene tracce di AC/DC, Celine Dion, Village People, e lo stesso Sacha Baron Coen, che si improvviserà artista, soprattutto nella canzone finale, con la quale mieterà di risate altre vittime.

 

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Un tipico vestito per servizi fotografici

 

Un attore poliglotta

 

Dopo il Kazako Borat e il rapper Ali G, Sacha Baron Coen è l’unico attore in grado di apprestarsi a questo ruolo. E’ difficile trovare una persona in grado di recitare in modo così serio e convinto, anche dopo ogni disastro (per quanto sia vero o architettato). Di sicuro la scelta di Larry Charles di sviluppare questo film si è rivelata azzardata, seppur il precedente titolo fosse un successo (e sia di fama, che di critica). Però viene riconosciuta alla coppia l’abilità di mascherare argomenti di attualità mondiale sotto a delle gag più o meno coinvolgenti che siano.
Ad accompagnare Brüno nel suo viaggio ci saranno Gustaf Hammarsten (piccole parti in altri film), il secondo assistente, nonchè colui che pende di più dalle sue labbra, e lo accompagnerà alla scoperta dell’America (e non solo dell’America). Clifford Banagale (piccole parti in altri film) si darà invece da fare come compagno di “giochi” per il protagonista, oltre che come primo assistente.

 

In conclusione…

 

Come avrete capito, sia dalla recensione che dal trailer, è un film adatto a pochi, ma suitabile per molti. Se Borat vi è piaciuto, Brüno vi poacerà almeno il doppio. Resta da chiedersi se le gag sono studiate, o sono realmente accadute, ma questo resterà un mistero. Un film da non vedere con bambini piccoli (ci sono alcune scene inquietanti e soprattutto non censurate), ma ideale per farsi quattro sane risate.

Ziete pronti a federe film bello di uomo? Mio nome Brüno, vi amo tutti.

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Bride Wars
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Bride Wars

Torna la più classica delle commedie Americane

Dal regista Gary Winick (la tela di Carlotta), arriva sul grande schermo l’ennesima commedia comico/sentimentale in pieno stile americano, in un film che vi farà sorridere, rattristare e riflettere.
La storia di due ragazze unite da sempre, ma sull’orlo della separazione.

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Da migliori amiche a… migliori nemiche

Liv (Kate Hudson) e Emma (Anne Hataway) sono migliori amiche fin dall’infanzia, da quando le rispettive madri le portarono all’Hotel Plaza a prendere il tè. Quel giorno videro il matrimonio più bello del mondo, e da allora condividono sia una forte amicizia, che lo stesso sogno: sposarsi in quello stesso posto in giugno, e una farà da damigella d’onore all’altra, il sogno di ogni ragazza americana.

Ma qualcosa, come si può presumere, va storto, e le date di matrimonio delle due donne coincideranno. Sarà l’inizio di una guerra basata su dispetti, false voci e qualsiasi altro mezzo al solo scopo di vincere l’unico giorno del mese disponibile per le nozze.

Sarà sufficiente un mese, prima del grande giorno, per conquistare il diritto della sala e, soprattutto, per distruggere anni di grande amicizia?

 

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La New York moderna, pura e semplice.

Il film è ambientato a New York, nel 2009 (anno di uscita del film), della quale possiamo facilmente riconoscere il Central Park e il Plaza Hotel, punti fondamentali del film. Ogni scena è girata in ambienti reali, e il tutto provvede a fornire uno squarcio della vita d’oltreoceano.

Impeccabile la colonna sonora, che si “sposa” perfettamente con questo film, e in cui figurano artisti quali Duffy, Wagner e Vivaldi.

Il doppiaggio finale è ottimamente riuscito ed efficace, donando le giuste voci ad ogni personaggio in modo molto naturale.

Cast

Kate Hudson – Liv (vista in “Tu, Io e Dupree”) veste i panni di un’impiegata in un importante ufficio di New York, dove assumerà in seguito il ruolo di dirigente, e tra lavoro e matrimonio si ritroverà impegnata fin sopra i capelli (dei quali ad un certo punto vorrà pure separarsene). È da sottolineare quanto questa attrice calzi perfettamente questo ruolo, possedendo la stoffa del capo, ma anche la dolcezza di una fidanzata/amica.

Anne Hataway – Emma (la regina Bianca di “Alice in Wonderland”) si trova perfettamente a suo agio nei panni di una cittadina presa dai sogni; dipende quasi costantemente dalla sua amica, nonostante risultino caratterialmente agli antipodi.

Un ruolo di spalla è dato all’attrice Kristen Johnston (“Sex and the City” – “E.R.”), in cui interpreta l’amica che nessuno vorrebbe, ma che si rende disponibile come ultima spiaggia; in qualche modo potremmo definirla una sorta di aiutante magico.

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Conclusione

Una pura e semplice commedia americana, dove le due protagoniste sanno tirare fuori il meglio di loro, sia come amiche, che come nemiche.

Vengono inoltre alternati momenti di risate a momenti di riflessione, in modo da far capire alla persona che vede il film quanto importante possa essere l’amicizia, e quale preferire tra quest’ultima e l’amore. Ideale da vedere con la propria migliore amica, o col proprio fidanzato, che di sicuro si saprà riconoscere nei due neosposini.

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Big Fish – Le storie di una vita incredibile
Giu24

Big Fish – Le storie di una vita incredibile

Un incredibile viaggio nell’universo fantastico di Tim Burton

Ancora una volta Tim Burton riesce a creare una delicata fiaba ambientata in un universo di giganti, creature fantastiche, streghe e inventori di storie incredibili, mescolando una trama reale e un intreccio immaginario dove non si sa cosa sia vero e cosa non lo sia. “A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Esse continuano a vivere dopo di lui, e così egli diventa immortale”: questa volta il geniale regista, creatore di Nightmare Before Christmas, sembra davvero esserne convinto e riesce a condurre lo spettatore, attraverso un incantevole viaggio attraverso la vita del protagonista, alla stessa convinzione, commuovendolo con una storia indimenticabile.

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Edward Bloom: ingenuo e geniale inventore di fiabe

Edward Bloom è una persona dotata di particolare inventiva e ambizione ed è il narratore onnisciente della sua vita, ma spesso non si riesce a comprendere quali parti della sua storia siano reali e quali siano frutto della sua bizzarra fantasia. Così, suo figlio Will, che non sopporta la mancanza di serietà del padre, decide di giungere alla verità, per tentare di recuperare il rapporto con lui, ormai vecchio e malato. Ripercorrendo con i racconti la sua vita, Edward narra dell’ incontro con sua moglie Sandra, della nascita di suo figlio e dello strano rapporto con personaggi e luoghi sempre più stravaganti, nati dal desiderio di rendere la sua vita e quella degli altri meno noiosa e più ricca di sogni e aspettative. Ma fino a quando le illusioni possono essere positive e quando poi iniziano a condizionare il rapporto con le persone che ci sono vicine?
Will è convinto che suo padre sia un ipocrita, incapace di assumersi le responsabilità della famiglia ma, in un viaggio a dir poco inverosimile, capirà che, per apprezzare davvero la vita, bisogna avere il coraggio di immaginarla e inventarla storia dopo storia, avventura dopo avventura.

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Incantevoli cornici fanno da sfondo al viaggio onirico del protagonista

Ogni episodio, da quello del gigantesco Karl o delle gemelle siamesi Ping e Jing a quello del licantropo Amos o della strana cittadina di Specter, è collocato in una cornice dipinta dalla creatività di Burton, un genio visionario capace di rendere fatato ogni particolare. Scenari circensi, laghi onirici, allegoriche moire con occhi di vetro e giardini tappezzati di asfodeli sono la prova tangibile di quanto questo regista completamente folle possa giocare con il cinema fino a condurci a comprendere il senso più intimo della fantasia e dell’immaginazione (intesa come evasione dal grigiore della realtà quotidiana).

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Cast spettacolare e colonna sonora fiabesca

In quello che può considerarsi (e che tuttora resta) il film più maturo del regista gotico per eccellenza, il cast è spettacolare almeno quanto la scenografia o la bellissima colonna sonora composta dal fedelissimo Danny Elfman: Ewan McGregor e Albert Finney interpretano magnificamente il ruolo di Edward Bloom rispettivamente da giovane e da vecchio,  affiancati da Alison Lohman e Jessica Lange nei panni di Sandra e da Helena Bonham Carter, Danny De Vito e Steve Buscemi  in ruoli secondari.

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Il necessario piacere delle illusioni

Big Fish è un viaggio nei sogni e nelle fantasie per arrivare ai luoghi più celati dell’anima, per comprendere cosa ci sia al di là delle creazioni della mente, dietro il bisogno di rendere immortale la propria esistenza.  “Il più solido piacere di questa vita è il piacere vano delle illusioni” disse una volta un poeta, dando un’efficace definizione del bisogno dell’uomo di circondarsi di sogni ed Edward Bloom, perfetto esempio di ingenuo sognatore, è il personaggio più autobiografico che Burton abbia mai creato: con lui e con i suoi racconti, uno dei migliori registi dei nostri tempi, ha davvero conquistato una fetta di immortalità tra le stelle del cinema.

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Benvenuti al Nord
Giu14

Benvenuti al Nord

Nuova Box office per il weekend appena passato.

Come era prevedibile, la coppia Claudio Bisio/Alessandro Siani sbaragliano la concorrenza con il loro Benvenuti al Nord che ha accumulato la bellezza di quasi 10 milioni di euro in pochissimi giorni.
Dietro di loro abbiamo la vampira Selene con il suo Underworld – Il Risveglio che ha incassato appena un milione di euro mentre gli Immaturi di Immaturi il viaggio  sono riusciti a  guadagnare altri 900 mila euro arrivando così a un totale di quasi 11 milioni di euro.

Alberto e Mattia sono in crisi con le loro rispettive mogli. Il primo cerca di riaccendere la fiamma dell’amore comprando una seconda casa in montagna, il secondo, viene abbandonato dalla moglie perchè incapace di trovarsi un lavoro che le dia stabilità.

 
Genere: Commedia
Film diretto da Luca Miniero con Claudio Bisio e Alessandro Siani

 

 

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